Dopo la vittoria ad Avellino Stefano Sacripanti è stato intervistato da Piero Guerrini su Tuttosport.
Ecco un estratto delle sue parole.

E’ stata una “vendetta”? Non scherziamo, io ad Avellino ho vissuto tre anni speciali, abbiamo risvegliato lo spirito di appartenenza, ottenuto grandi risultati, due semifinali scudetto, tre finali. Con la proprietà ho sempre avuto ottimi rapporti. Però le storie finiscono. E’ stata un’emozione speciale tornare. Poi questi due punti, è vero, sono importanti, aiutano a crescere e danno fiducia. Si è vinto trovandosi sotto di 8 punti.
La Virtus ha molta qualità. Abbiamo un gruppo di ragazzi messi assieme in modo oculato, una squadra equilibrata, composta da giocatori venuti qui per fare bene in un momento importante della loro carriera, sia di rilancio, di definitiva maturazione, di esplosione e consacrazione. Con Marco Martelli e l’AD Dalla Salda si è partiti da cinque punti fermi, gli italiani tra cui consideravamo Lorenzo Penna che invece ha preferito andare a Udine per giocare. Ma abbiamo trovato Cappelletti, che era stato allenato da Griccioli, mio assistente. Abbiamo poi aggiunto tecnica e atletismo, messo esperienza in regia per far crescere con calma Pajola. Inseguivo Tony Taylor da tempo. Punter era già super in Polonia, non soltanto all’Aek. Ho saputo alle 12.45 che era disponibile e alle 13.10 eravamo già in tre al tavolo per scrivere la proposta. Possiamo avere molti volti, tante possibilità.
Ora c’è anche la casa Virtus, a fianco della palestra Porelli. La casa Virtus c’era già, in questa palestra. Ma ora è tutto completo, funzionale, moderno. La nuova casa rende l’idea di essere in un posto in cui si fa davvero pallacanestro. E di livello. E’ una società con una struttura tutta rinnovata, ma la storia si respira. Basta guardare le pareti della Porelli appena entri. Dalla figura del presidente Bucci che qui ha vinto molto e dato indirizzo. Eppoi puoi trovare Consolini, maestro delle giovanili con cui ho lavorato e ancora mi consulto.
Possiamo ancora chiamare Bologna Basket City? Sì, è la città del basket. C’è la storia, la tradizione, due società con vissuti diversi, tradizione, valori, organizzazione. I tifosi opposti mi fermano ancora, magari per prendermi in giro, ma alla fine si complimentano, si informano. E ci sono tante squadre giovanili. C’è un sistema.
Pajola è un playmaker? Sì, ha la visione complessiva. Ovvio deve crescere. L’anno scorso, una stagione particolare, s’era ritagliato spazio per gli infortuni e con la sua energia, la difesa, aveva convinto i tifosi. Io voglio dargli minuti e glieli do. Ma non regalo. Avere giovani dà senso di continuità, ma sta anche a loro. Ad esempio secondo me in A2 ci sono ancora troppi giocatori pronti per la A, che però preferiscono restare in una categoria inferiore da protagonisti e magari con stipendi migliori.
Dove può arrivare la Virtus? Secondo me, il livello di Serie A si è alzato. La forbice tra seconda-quarta e dodicesima si è ridotta, c’è equilibrio. Vogliamo cercare di centrare gli obiettivi: playoff e passare il primo turno in Champions. Poi vincere in Italia è impossibile a causa di Milano. In Champions è dura, ma vogliamo essere protagonisti. In fondo la strada è lunga, chissà.

( Foto Fabio Pozzati / ebasket.it )

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