Ah, l’ossigenazione dell’alta quota, l’aria di montagna, tutta la retorica sul come si stia bene là sopra invece che là sotto. Serve ancora molto equilibrio per capire cosa sia questa Fortitudo, apparentemente non apparentata con chi rischierà la retrocessione ma ancora prematura per altri discorsi: quel che è certo è che la Effe fin qua non ha lasciato punti per strada come magari altre squadre (citofonare Milano), ed è anche con la regolarità, con il chi-va-piano-eccetera, che si fa strada. E quel che è ancora più certo è che questa squadra avrà anche limiti fisiologici – d’altronde non è stata creata per domini continentali e con marziani – ma che, almeno in casa, si segue quel che ha detto Gianluca Basile, ovvero che si gioca 6 contro 5. Con quel sesto che riesce a rivitalizzare gli altri 5 (quasi) sempre e comunque. Trattando Arzignano e Costa Volpino (cit, anzi no, dato che con Little Fox Coast si perse) così come Venezia e Treviso: al Paladozza si soffre, si suda, poi si vince. Quasi sempre.

Cosa ci hanno detto, allora, questi 160 minuti di campionato? Che qualsiasi giudizio deve essere ovattato (è bellissimo, bellissimo, andare a leggere i commenti sui social al 20′: poco ci mancava che qualcuno, già convinto dell’inadeguatezza di Martino, proponesse un tutor), dato che ci sono alti e bassi, pregi e difetti. Non un grande atletismo e verticalità, qualche problema nel dipanarsi da reticolati difensivi altrui, ma anche spirito di squadra – vedi come Treviso, alla fine, abbia preso un bel po’ di rimbalzi in meno – e capacità di trovare soluzioni in corso d’opera. Non male, rimandando al mittente i gossip della settimana scorsa. Poi è normale che tante cose vadano aggiustate e la stessa truppa necessiti di autoconoscenza. E tanto equilibrio nei commenti.

Roma, quindi. Un tempo ci si andava spesso e volentieri, perché nei playoff pareva un inevitabile incrocio: citofonare tra gli altri il clamoroso gol in gara 5 semifinale del 2003, con l’8-31 ribaltato (e garantendo quindi un prolungamento a Repesa, allora non ancora certo della conferma) dalle scorribande di Pozzecco. O gara 4 semifinale del 2005, con il libero sbagliato da Giachetti che mandò la F in finale la sera in cui tutta Bologna guardava, nelle Marche, il ritorno della Virtus (Bologna) nella massima serie. L’ultima volta in Urbe, in serie A, fu febbraio 2009: quasi ventello in groppa, Huertas e Strawberry infilzati dalle fragili articolazioni di Becirovic, e via andare. L’attuale Virtus (Roma) ha fatto 0-2 prima e 2-0 poi, pagando il ritardo di Dyson e Jefferson (assenti al Paladozza sponda bianconera): 17 minuti e 6 punti li fattura l’ex Pini, benino si sta comportando uno dei tanti figli del Salvatore Alibegovic – Amar, classe ’95 – mentre il tiro da fuori di Buford fin qua ha viaggiato più vicino al 60 che non al 50%. Ci si divertirà.

Si gioca domenica alle 18, diretta Eurosport Player e Radio Bologna Uno.

(foto Giulio Ciamillo)

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