Il Corriere di Bologna propone oggi un’intervista doppia ai due responsabili del settore giovanile Fortitudo e Virtus.

Ecco le parole di Roberto Breveglieri, responsabile biancoblu.

Breveglieri, dallo scorso anno le è stata affidata la ricostruzione del settore giovanile della Fortitudo. Come procede? «È stata una ripartenza con i giusti passi, ma quasi da zero. Ci siamo dati molto da fare, il mio primo compito è stato formare uno staff che a sua volta formasse dei gruppi che non c’erano: non avevamo giocatori del ’98 e ’99, tre del 2000, sei del 2001 e basta da lì in avanti. Abbiamo cercato di dimenticarci che eravamo la Fortitudo, vivere sugli allori del passato non aveva senso. Dopo 15 mesi sono soddisfatto, i gruppi sono migliorati come numero e qualità, e da quest’anno abbiamo cominciato a prendere ragazzi da fuori che sono ospitati al Campus, nella struttura deH’università. Vogliamo tornare a essere un riferimento».

Un riferimento come la Fortitudo era fino a una decina di anni fa. Com’è cambiato il lavoro da allora? «L’aspetto che è cambiato di più è quello dei genitori nei confronti dei figli. Faccio un esempio: quando prendemmo Mancinelli, conobbi i suoi genitori, facemmo lunghe chiacchierate e poi nei quattro anni Fortitudo in cui è stato con noi non li ho mai più sentiti. Purtroppo adesso i genitori sono un po’ troppo presenti, sono più ambiziosi dei figli».

Breveglieri e Fortitudo è un binomio inscindibile. «Sono arrivato nel ’90-91 per fare l’assistente di Pillastrini in prima squadra dopo aver cominciato quasi per sfida all’Atletico Borgo sei anni prima e aver fatto una stagione al San Mamolo. Ho lavorato con tantissimi allenatori anche di scuole differenti e da tutti ho cercato di apprendere qualcosa. Anche dai giocatori, ricordo lunghissime chiacchierate con Djordjevic o Myers ad esempio. Ho frullato tutto e mi sono creato la mia “filosofia”».

Quale è oggi il principale problema? «A parte i genitori (ride, ndr)? Ci sono meno soldi da investire. La nostra società fa molta attenzione all’aspetto economico: da un lato è negativo perché possiamo investire meno, ma dall’altro è positivo perché garantiamo quello che promettiamo. Per arrivare a guadagnare dai parametri FIP, prima devi seminare».

A proposito di soldi: l’allenatore delle giovanili guadagna solo a livello pro? «Nel mio primo anno in Fortitudo, da assistente di prima squadra, prendevo zero ma era un’occasione che non potevo perdere, mentre l’anno prima al San Mamolo ero pagato. Fortunatamente avevo genitori che mi sostenevano, senza di loro non avrei potuto intraprendere questo percorso».

Che qualità cerca in un allenatore delle giovanili? «Deve essere un buon insegnante in palestra e un ottimo reclutatore. L’importante, anche a scapito di vincere i campionati, è produrre più giocatori possibili per l’alto livello, per la nostra prima squadra o che portino introiti nelle nostre casse giocando altrove. Preferisco il miglioramento individuale alla magata tattica che ti fa vincere una partita».

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