Il coach della Virtus Alessandro Ramagli è stato intervistato da Luca Sancini su Repubblica.

Ecco le sue parole:

A un livornese innamorato del basket e che ha passato i 50 anni non importa spiegare cos’è un derby. Eh sì, quelle atmosfere le ho vissute anch’io nella mia città. Pallacanestro Livorno contro Libertas. Io sono cresciuto e ho fatto le giovanili nella prima ma ad allenare ho cominciato nella Libertas. Diciamo che lo so cos’è un derby.

Ramagli ha lasciato la famiglia a Livorno. I miei due ragazzi vanno a scuola, mia moglie ha il suo lavoro e le radici livornesi sono forti. Ho sempre fatto così da quanto alleno: famiglia a Livorno e io in giro per l’Italia, poi appena posso salgo in macchina e vado a casa.

Coach, lei allena dal 1996, 500 partite in panchina, quand’è che la pallacanestro entra nella sua vita? Non vengo da una famiglia di cestisti. E’ una mia passione personale e mi sono innamorato della pallacanestro a sette-otto anni. Ho fatto tutta la trafila: minibasket, giovanili, prima divisione fino ai 30 anni. Poi non ero né alto e nemmeno magro per alti livelli. Così ho cominciato ad allenare.

A proposito di panchine, subentrò un anno alla guida di Livorno e incrociò personaggi noti anche qui. Sostituii Stefano Michelini, un bolognese, e in squadra c’era Michael Ray Richardson che voi sapete bene chi è. Aveva già 45 anni e ho conosciuto più l’uomo che la grande stella NBA. Poi a metà anno si ritirò e posso dire di essere stato l’ultimo allenatore di Sugar. Siamo rimasti amici anche dopo, quando faceva l’ambasciatore per la NBA, era sempre un piacere rivedersi perchè è stato un giocatore straordinario e un uomo incredibile in tutte le sue sfaccettature.

Non ha invece incrociato Dado Lombardi, un livornese come lei, che qui ha giocato su entrambe le rive della città dei canestri. E a proposito di derby, fu lui il primo eroe nel ’66, segnando 30 punti per la Virtus. Ci conosciamo ma lui è di un’altra generazione e non abbiamo mai avuto modo di lavorare insieme. Era un realizzatore straordinario, tutto votato all’attacco. Poi quando è diventato allenatore ha costruito la sua carriera sulla difesa. E’ il bello del basket, che ti fa vedere le cose da punti di vista diversi.

Ecco, dopo 500 partite allenate non è che uno pensa di averle già viste tutte? Non c’è questo rischio? No perchè la pallacanestro non è una scienza esatta. Questo lavoro è così, ogni giorno si scopre una cosa nuova: prima stavo guardando al video Fortitudo-Roseto, perchè saranno i nostri prossimi avversari e ho notato che il loro coach ha messo in campo un movimento molto moderno. Ecco, pure stamani ho imparato qualcosa.

La sua Virtus sorprende i più per la coralità del gioco. Nella partita contro Forlì nel primo break hanno segnato a fila tutti i giocatori del quintetto. E’ questo che sogna un coach? Più che altro mi fa sorridere perchè ho sentito che la Virtus poggia tutto sui due americani, che sarebbero i nostri “finisher”. Non è così perchè Lawson e Umeh non sono dei mangiapalloni, ma sono una parte del nostro sistema di gioco.

Durante la pausa non avrà Penna, Pajola e Oxilia, impegnati in Turchia agli Europei under 18, comunque una bella soddisfazione per lei e per loro. Che cosa gli ha detto prima di partire? Di non tornare da questa esperienza depressi ma con il sorriso. Gli ho spiegato che sarà così se daranno tutto, sia che giochino 30 secondi che 40 minuti, se la Nazionale andrà avanti o sarà eliminata. Se lo faranno potranno darci una mano al ritorno, perchè magari saranno stanchi ma soddisfatti e pronti a tornare al lavoro insieme.

Infine il derby, s’annunciano quasi 10mila spettatori il giorno della Befana, la febbre tra i tifosi sale. Ma è vero che lei e Boniciolli siete amici? Sì, siamo amici e c’è grande complicità con Matteo. Una telefonata, un piatto di tortellini mangiato insieme, una partita di basket guardata in tv. Quando questa estate uscì la notizia che sarei arrivato alla Virtus il primo messaggio goliardico me lo mandò lui. Però, giuro, sino ad ora nelle nostre chiacchiere non abbiamo mai parlato del derby.

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