26 aprile 1987.
Che profumo Bologna le sere, le sere di maggio avrebbe detto Luca Carboni pochi mesi dopo. Non era ancora maggio, per 5 giorni, ma ci siamo capiti. Domenica, con la Fortitudo a Napoli a giocarsi la salvezza, nell’ultima giornata dei playout. Non è solo la salvezza, in ballo, ma anche la fine di un’epoca. Quella di Andrea Sassoli, quella dei fratelli Douglas, insomma: ne ho scritto in un libro uscito anni fa con la supervisione di Sandro Serenari, ma si capirà che quello che capita a 15 anni viene sempre e comunque reso immortale a prescindere.
La Fortitudo ormai è stanca, ha piccoli clan interni che ne rendono impossibile l’unità e il lottare per un obiettivo comune: in campionato, dopo un inizio da primi posti, sono arrivate solo tante sconfitte e questa cosa qua, dei playout, a rimettere tutto in gioco come mai prima di quel momento. Cosa saranno i playout – si diceva – per noi che siamo stati ad un passo dai playoff? Certo, come no.

Senza fare la storia di quella primavera, arriviamo alla fine di aprile. Ultima giornata, contro l’Alfasprint dove giocano Marco Bonamico e – tu quoque – Marcellone Starks. E, se vogliamo, anche il futurfamoso Reatto al fischietto. Squadra di A2, ma che come la Yoga si gioca la A1: chi vince, passa. E’ una Fortitudo stanca, con tanti che sanno benissimo di essere all’ultima gara a prescindere, ma ci si può anche provare.

E’ una partita equilibrata, poi ad un certo punto capita qualcosa. Non in campo, fuori. Con Fabrizio Pungetti, radiocronista in loco, che racconterà di essere stato più o meno travolto da una marea umana. Al palazzo, infatti, è appena entrato Diego. Armando. Maradona. Non in una domenica qualsiasi, ma in una domenica dove il Napoli ha appena battuto il Milan (all’epoca non una rivale per lo scudetto) avvicinandosi sempre di più, a tre giornate dalla fine, al tricolore. Difficile sapere quanto Dieguito ne sapesse di pallacanestro, ma lì giocava una squadra di Napoli, e bastò la sua sola presenza a caricare a mille la platea. E, a quel punto, l’Alfasprint avrebbe battuto chiunque, non solo la ormai esausta Fortitudo di quei giorni.

Finì 97-93, la Fortitudo retrocesse, e io nemmeno me ne crucciai più di tanto, in quanto innamorato – ovviamente non corrisposto – di tal Monica, della 3G (io ero in seconda), di provenienza napoletana. Maradona sarebbe rimasto immortale, la Fortitudo sarebbe riemersa dopo pochi mesi, Monica si trasferì senza nemmeno sapere della mia esistenza. Altri tempi.

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