Santi Puglisi è stato sentito da Damiano Montanari per Stadio. Un estratto dell’intervista.

“Fu Tony Cappellari, che allora era il general manager biancoblù, a portarmi a Bologna. Inizialmente fui poco gradito alla tifoseria perché mi davano del pesarese. Io puntualizzai di essere catanese e, piano piano, i rapporti diventarono migliori. Quando Cappellari fu esonerato, erano trascorsi solo alcuni mesi dal mio arrivo a Bologna. Era dicembre del 1996. Palumbi era presidente, Gambini amministratore delegato e io, da direttore sportivo, ampliai le mie competenze, pur mantenendo il mio ruolo: in pratica diventai il responsabile tecnico del club. In undici anni di Fortitudo, dove rimasi fino al 2007, disputammo nove finali scudetto, vincendone due.
Il derby con la Virtus per Meneghin-Ginobili. La verità è che a quei tempi, sia la Virtus, sia la Fortitudo, si contendevano qualunque giocatore di eccellenza fosse sul mercato. A volte, anche se non ne avevano bisogno, si mettevano in competizione solo per fare un dispetto ai “cuginastri”. La stessa cosa, ad esempio, accadde anche con Carlton Myers e Gianluca Basile, che approdarono in biancoblù. Passando al caso Ginobili, Meneghin era la nostra prima scelta: lo invocava Recalcati e lui stesso preferiva venire in Fortitudo. La Virtus si mise in mezzo per farci un dispetto e far lievitare il costo del giocatore. Una volta che Meneghin decise, loro ripiegarono su Ginobili. Decisamente furono premiati.
Meneghin? Ebbe diffcoltà ad ambientarsi. La prima mossa che sbagliò fu dichiarare a un giornalista che per lui il derby sarebbe stata una gara come le altre. Questo non gli attirò la simpatia della tifoseria biancoblù. Poi credo che soffrì sia la lontananza da casa, essendo il suo primo anno lontano da Varese, sia la presenza ingombrante di Myers che, a mio giudizio, non lo metteva nelle condizioni di rendere al meglio.
Il derby della Paletta? È stato un evento traumatico, che ha portato a una conseguenza immeritata. La partita era un derby, giocavamo a Casalecchio. Allora si raggiungeva il bonus dei falli all’ottava infrazione di squadra, non alla quinta. Sull’ultimo possesso bianconero eravamo sopra di un punto e avevamo ancora falli da spendere. Dopo il nostro quinto, il tabellone luminoso non venne più aggiornato. Quando Karnisovas commise fallo, il refertista sbagliò e lo attribuì all’altro numero 12 in campo, il virtussino Frosini. Il refertista alzò la paletta rossa per segnalare il bonus raggiunto, io gliela presi e la abbassai dicendogli: “Cosa fai? Non abbiamo il bonus”. Arrivarono gli arbitri, controllarono il referto e, per il fallo erroneamente attribuito a Frosini, assegnarono alla Virtus una rimessa laterale e non i due liberi che avrebbe dovuto tirare Crippa, estremamente preciso dalla lunetta. Vincemmo 57-56.
Tutta la tifoseria della Fortitudo mi diede il merito di quel successo, ma non avevo fatto niente. Ero in totale buona fede avendo avuto come riferimento il tabellone luminoso. Piuttosto devo sottolineare la scorrettezza del nostro amico Martini che, sull’emittente E’tv, fece una ricostruzione al ralenty del mio gesto facendolo apparire come una mossa furtiva. Molti incompetenti di aspetti regolamentari gli credettero, non capendo che i liberi non furono tirati non per la mia paletta, ma per l’errore di trascrizione del fallo di Karnisovas nel referto. Cazzola, allora già presidente di Lega, invocò la mia radiazione; l’avvocato Porelli, al quale mi rivolsi perché era una persona di fiducia, mi disse che me la sarei cavata con un’ammonizione. Fui convocato a Roma dall’Uffcio Inchieste e, avendo lavorato per sette anni al Settore Squadre Nazionali, andai a salutare prima il presidente federale Petrucci. “Puglisi, cosa ha combinato? Lei è un uomo della Federazione!”. “Persino l’avvocato Porelli mi ha detto che me la caverò con un’ammonizione” replicai. “È sicuro? Porelli mi ha chiamato per chiedermi di infliggerle almeno tre anni di squalifica!”. Passai all’interrogatorio con l’avvocato Valori dell’Ufficio Inchieste, il quale mi suggerì di querelare Cazzola per avermi accusato di frode sportiva, diffamandomi. Non fui radiato, ma mi fu comminata una sospensione di 45 giorni non commutabile in pena pecuniaria. Non andai in panchina per due o tre partite, poi tornai a immergermi in quel mondo controverso e affascinante che ho sempre amato. Ma questa è un’altra storia…”

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