Il doppio ex Patricio Prato è stato sentito da Damiano Montanari per Stadio. Un estratto dell’intervista.

“Sono a Pianoro con mia moglie e i nostri figli. Poter restare a casa senza avere a che fare con il Coronavirus ci rende dei privilegiati. Dobbiamo rispettare quello che dicono le autorità. Per fortuna possiamo utilizzare il giardino come valvola di sfogo. I bambini seguono le lezioni scolastiche online, io cerco di mantenermi informato e attivo.
Eliminato: Arrivai in Fortitudo a marzo 2003 dopo l’importante esperienza formativa alla Saint Bonaventure University, nello stato di New York. Era un mondo diverso, non era semplice trovare degli highlights delle partite e, per me, al primo anno lontano dalla mia famiglia fu impegnativo ambientarmi. Però, con grande sacrificio ed entusiasmo, riuscii a calarmi bene in quella nuova realtà e a misurarmi con un campionato competitivo come la NCAA.
La Effe? Prima di tutto voglio dire che Bologna è veramente Basket City. Quando arrivai, tutti mi parlarono del tiro da 4 di Danilovic con cui la Virtus aveva vinto lo scudetto anni prima. Non è una frase fatta: sotto le Due Torri la pallacanestro si vive in modo diverso. Forse, appena uscito dal college avrei preferito approdare in un club piccolo per poi crescere gradualmente, ma sono contento di aver avuto l’opportunità di giocare in quella Fortitudo. Si era da poco infortunato Carlos Delfino, mio connazionale che non conoscevo personalmente, ma che poi risultò fondamentale per permettermi di inserirmi al meglio nel gruppo.
Repesa? Un coach fantastico. Nonostante fossimo una squadra molto giovane, distribuiva i minuti tra tutti. Fu lui a darmi il nome di “Policeman”, il Poliziotto. Mi disse che sarei dovuto diventare uno specialista difensivo. Aveva ragione: in una squadra imbottita di campioni come quella, non avrei trovato spazio altrimenti.
Meglio la F o la V? Di entrambe le esperienze conservo ricordi bellissimi. E’ stata una fortuna poter sperimentare la magia di Basket City in entrambe le sue espressioni. Alla Virtus mi chiamò coach Lino Lardo, che mi aveva allenato a Rieti. Giocammo un’ottima Coppa Italia, perdendo in finale con Siena.

Questo è il mio ottavo anno all’Andrea Costa, tra quelli trascorsi come giocatore e quelli come dirigente. Con la società, con la città e con i tifosi si è creato un clima di stima reciproca. A Imola sto benissimo”

(foto Marco Isola)

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