Dopo il libro un docufilm, per raccontare la tua storia anche attraverso le immagini: come è nata questa idea e cosa racconta? “Il film è nato da Mediterranea Cinematografica, due ragazzi giovani che hanno letto la mia storia da un’intervista e poi hanno letto il mio libro. Abbiamo fatto un cortometraggio. Sono 7 puntate con protagonisti diversi e uno sono io: il tema è il viaggio dall’Albania all’Italia ed è praticamente il proseguo del libro. Avevo da sempre in mente di far vedere alle persone quello che è successo, perché questo tipo di storie devono essere viste oltre che lette e sono sicuro che sia uscita una cosa molto bella. Il film uscirà tra febbraio e marzo. Ci sono io da piccolo, mio padre, mia madre e mia sorella interpretati da professionisti: il cast è formato da professionisti che hanno fatto un lavoro pazzesco.”

Nel film c’è un Klaudio bambino: cosa diresti oggi al bambino Klaudio? C’è un qualcosa che non rifaresti? “Il ragazzino che interpreta me da piccolo tra l’altro è albanese e vive qui in Italia da qualche anno. Cosa direi al Klaudio ragazzino? Ho pensato spesso a questa cosa. Col senno di poi gli direi di non accontentarsi, di osare di più. Io non conoscevo quello a cui andavo incontro. Potrei dirgli di non fermarsi alle ingiustizie. Tante cose non rifarei, anche perché adesso vedo tutto con un occhio diverso. Nel film si ripercorre il viaggio sul gommone, dalla partenza dall’Albania: le scene sono state girate a Brindisi però io sono arrivato vicino a Brindisi, non si conosce esattamente il punto esatto. Ci sono varie cose che, vivendole adesso nel film, mi sono reso conto che mi hanno segnato: Don Marco è sicuramente una persona che se non ci fosse stata ora non sarei qui. Stavo tutto il giorno in oratorio e lui mi ha letteralmente cambiato la vita. Per me fu l’inizio di una vita vera: una vita che non era più sofferenza e disturbi, come era stata fino a quel momento.”

Com’era il Klaudio bambino? Molto diverso dal Klaudio uomo? “Completamente un’altra persona: io a 13 anni avevo già visto due guerre, una civile e un colpo di stato. Ero molto segnato e dovevo ricostruire da zero, costruire la persona che adesso sono. Non avevo idea di cosa avevo davanti, avevo solo esperienze di traumi. Io non ho mai avuto giocattoli, esperienze di bambini della mia età. Detta in maniera molto semplice, non ho mai vissuto quello che, di solito, una ragazzino di quell’età vive.”

Parlando di basket, prima parte di stagione a Forlì, piena zona playoff, è quello che volevate? “Non siamo dove vorremmo essere ma siamo vicini. Siamo quinti a pari merito con la quarta; il nostro obiettivo è arrivare tra le prime quattro. A Forlì si sta bene, c’è passione, c’è gente che ci tiene tanto. Andavo in cerca di queste cose, ne avevo bisogno e volevo trovarmi in questa situazione.”

A Forlì quest’anno in 4 siete stati in Virtus nell’anno di A2 e tu anche nell’anno del ritorno in serie A: vi capita di ricordare qualcosa ogni tanto di quel periodo, magari guardando qualche partita dell’attuale Virtus? “Ci capita di ricordare e di parlare di quell’anno. La Virtus ha qualcosa in più di quella Virtus: è veramente colma di talento. Noi quell’anno volevamo far crescere i giovani e poi a stagione in corso abbiamo aggiunto qualcosa, con Bruttini e Stefano Gentile, che ci ha permesso di raggiungere quei risultati che però non erano i nostri principali obiettivi all’inizio della stagione. La Virtus di quest’anno ha ovviamente qualcosa in più di quella Virtus: è veramente una squadra colma di talento e i risultati lo confermano. Si decide molto tra il derby di Natale e la partita successiva con Milano? Quando ci sono di mezzo le coppe, l’EuroCup per la Virtus e l’Eurolega per Milano, le cose si decidono nel finale di stagione. Per adesso i risultati ci sono.”

Una Virtus piena di talento anche in panchina. “Djordjevic è un allenatore “cazzuto”, una persona vera, si vede molto da fuori. Quello che succede quando vieni da certi posti è che maturi prima e vedi le cose in maniera diversa. Ha visto la vita come come l’ho vista, io con le guerre, le persone che muoiono, famiglia in difficoltà: sono cose che ti segnano molto anche in quello che poi tu vai a fare nel futuro e nella tua vita professionale. Rischi la vita lasciando il tuo paese e devi lasciare tutto, affetti e cose a cui sei legato. Sono cose che ti rimangono e ti segnano: tutte cose che ti fanno capire l’importanza della vita. Lui ha questo carattere a livello umano ma non sono da mettere in secondo piano anche le tantissime qualità che ha avuto da giocatore e che ha adesso da allenatore. Il passaggio da giocatore ad allenatore è molto difficile per chiunque e lui è riuscito a fare questo step in pochissimo tempo, oltretutto ottenendo dei risultati positivi.”

La tua storia in Italia parte da Brindisi, che attualmente insieme a Sassari è dietro alla Virtus: è solo l’inizio o il campionato ha già fatto capire qualcosa dell’andamento della stagione? “Siamo solo all’inizio ma per adesso si è capito quanto sia importante la programmazione: Sassari, più di Brindisi, ci ha abituati a stare a questi livelli. Hanno un gruppo societario solido e continuo, come sta facendo la Virtus negli ultimi anni. Brindisi magari è un ambiente diverso ma ha un allenatore tra i migliori in Italia: sono bravi a reclutare, trovano ogni volta dei buoni giocatori ma hanno anche tenuto giocatori per dare continuità, come Banks e Brown. Si lavora in questa direzione. Stanno diventando delle certezze.”

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