C’era stato Danilovic. C’era stato Wilkins, di cui non conoscevamo la passione per i New Trolls e la sua voglia di interpretare personalmente Quella carezza della sera. C’era stato Zancanella, che visto dal mondo biancoblu sembrava non aspettasse altro che fischiare quella fischiata. C’era stato Rivers, che guarda caso decise di sbagliare proprio qui l’unica azione della sua carrera. Insomma, avete capito di cosa si sta parlando. E, certamente, essere tifoso Fortitudo, nell’estate 1998, era una impresa – nel campo sportivo – non da poco. Era tutto difficile, e la società decise di buttare in mare qualsiasi idea di americanofilia provando a buttarsi sul mercato europeo, lavorando di Mula Mula, aggirando intrighi internazionali per portarsi a casa un serbogreco dagli occhi quasi a mandorla, firmando un’ala lituana dalla tecnica sopraffina, e perfino un centro inglese. Perché, pareva, che anche in Britannia si giocasse a basket.
Il giorno della presentazione della squadra c’era l’emozione di voler ripartire mista al terrore di ricordare quanto successo in quella atroce giornata che vide quegli altri festeggiare e qui, invece, solo pianto e
stridore di denti. La squadra lanciò un monito, che più o meno parlava di come il destino fosse stato spietato, e come questa volta, invece, sarebbe stata la squadra a voler essere spietata. Magari sperando che quegli altri fossero un po’ appagati, chissà. E le cose non andarono malaccio, per un po’: Mulaomerovic aveva degli attacchi di fenomenicità, specie in primavera, che spinsero qualche cronista estero a sprecar paragoni con Drazen Petrovic.
Unico caso di giocare che si vide il minutaggio calare per manifesta superiorità, dato che i suoi raptus a volte rendevano tutto il secondo tempo un lungo garbage time. Karnisovas faceva sempre canestro, e Jaric cresceva bene pur nelle sue intemperanze. C’era di che stare tranquilli, però… Però evidentemente non era stato molto spietato Del Negro, portato a svernare durante il lock-out, che scaraventò sul ferro una gran boccia di Myers che poteva significare finale di Coppa Italia. E non era stata molto spietata la squadra tutta, a farsi asfaltare da quelli là (sempre loro!) un giorno in cui il derby venne trapiantato in Baviera. E nemmeno si era stati molto spietati quando, in gara 5 di finale, venne sprecato un ventello di vantaggio fino ad una certa stoppata che chiuse la stagione, e poca gioia fu che con quell’azione si relegò la Virtus in Saporta Cup. Insomma: tra il dire (di essere spietati) e il fare (gli spietati), anche Elio sapeva che c’era di mezzo e il.
Le canzoni possono essere riciclate, e lo sa benissimo Elton John che ha preso la sua candela al vento e l’ha proposta prima alla memoria della signora Norma Jean Baker e poi a quella della signora Diana Spencer.
Figuratevi i discorsi, e quando alla presentazione della stagione 1999-00 venne ripreso il concetto di spietatezza, forse qualche tifoso si grufolò le parti basse, pensando che errare è umano, perseverare fosse fortitudino. E non si fu tanto spietati durante la stagione, dato che nelle coppe alla fine si uscì come sempre. E quando, dopo 33 vinte e 3 perse, in gara uno di finale Treviso venne a festeggiare in città, si pensò proprio a come la storia si ripetesse giorno dopo giorno. Stavolta però le cose andarono diversamente, e ci fu il primo scudetto. Tanto che qualcuno provò a dire ora che la Fortitudo ha imparato a vincere, non si fermerà più.
Vabbè, tanto, parafrasando De Gregori, non è mica da questi particolari che si giudica, eccetera.

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