La nomina di Marco Pappalardo a Capo Allenatore dei gruppi giovanili di INVICTUS Academy è arrivata al termine della cena dello Staff di lunedì 30 luglio. Fresco di promozione ad Allenatore Nazionale, festeggiata durante la quarta edizione del Camp, ai complimenti ricevuti è seguita la proposta di un ruolo “full time” nel nuovo progetto di Zoran Savic, comunicatagli direttamente a fine serata da Michele Forino, Marco Sanguettoli e Luca Brochetto. Nonostante l’offerta di un club di tradizione quale l’Anzola Basket, pronta a credere in lui come allenatore, dopo averlo avuto come giocatore, ma proprio per questo sarebbe bello poter collaborare insieme, così come con altre società pronte a far migliorare i propri ragazzi, mediante un lavoro stagionale approfondito. Ne riparleremo…

Marco Pappalardo, che effetto fa? “Onestamente, è straentusiasmante, perché ho vissuto la realtà di INVICTUS Camp fin dall’inizio, mi ci sono appassionato e siamo cresciuti insieme. Vederla approdare, dopo quattro edizioni, alla decisione di avviare l’attività agonistica, significa che abbiamo lavorato bene, e la scelta di nominarmi Capo Allenatore dei gruppi giovanili mi rende ancora più felice. Sono fatto così, quando credo in un progetto mi ci butto, in quattro anni ci ho messo il più possibile del mio, in campo ma anche fuori, con idee e proposte per il futuro. Avere la possibilità di realizzarle significa che Savic, Forino, Sanguettoli e Brochetto hanno creduto in me come persona e allenatore. Crediamo negli stessi valori da trasferire attraverso la pallacanestro. Che è quello che amo di più”.

Dalla promozione ad Allenatore Nazionale al ruolo di Capo Allenatore di INVICTUS Academy…“E’ stata decisamente un’estate unica. Durante un pranzo a metà settimana di Camp, ho ricevuto un’email del CNA, che mi informava di aver superato l’esame! Ai complimenti di tutto lo Staff si sono uniti quelli di Savic, e nel giro di dieci giorni è arrivata l’offerta di entrare nel progetto Academy… Ho investito sulla mia carriera di allenatore, dopo 18 anni da giocatore professionista, sentivo l’esigenza di continuare a vivere di basket, e adesso sono pronto a farne il mio progetto di vita. Ringraziando il mio migliore amico, che per primo ha intuito l’empatia che avevo nell’insegnare il basket ai ragazzi e mi ha spinto ad effettuare i vari corsi allenatore, seguendo la sua strada”.

Un migliore amico che ti porti dentro… “Sì, con Matteo Bertolazzi siamo cresciuti da compagni di squadra, instaurando un’amicizia profonda. Quando iniziò a stare male, cercavo di programmare la mia attività in modo da poterlo andare a trovare, e sono convinto che non sia un caso che, dietro alla mia decisione di diventare allenatore, ci sia stato lui: è stato il suo ultimo, grande regalo. Ora che purtroppo Matteo non c’è più, vorrei fare qualcosa per ricordarlo, coinvolgendo anche la sua famiglia. Ho immediatamente trovato la massima disponibilità da parte di INVICTUS Academy: negli eventi che organizzeremo, ci sarà sempre un riconoscimento intitolato a lui, magari per il ragazzo più meritevole. Perché Matteo era un ragazzo speciale, ed è la persona che forma il giocatore”.

Un concetto, questo, che cerchi sempre di trasferire ai ragazzi che alleni… “Al primo Camp in cui allenai, a Santa Margherita Ligure, Marco Savini mi disse che se non avessi continuato ad allenare, mi avrebbe tolto il saluto… Quando poi decisi di riavvicinarmi a Bologna, un altro amico quale Ugo Bartolimi mi chiamò come suo assistente, tre anni in S.G. Fortitudo e quindi due alla Pontevecchio… Tutte persone importantissime, per me. Come lo sono stati, ciascuno a modo suo, tutti gli allenatori che ho avuto in carriera: sono entrato alla Virtus Pallacanestro quando avevo solo 7 anni, e dal Minibasket sono arrivato fino in fondo alle giovanili. Arrivando ad allenarmi per l’intera stagione 1997/1998 con la prima squadra allenata da Ettore Messina. Un sogno, per un ragazzo come me”.

C’è qualcosa che ricordi in particolare dei tuoi anni in bianconero? “I rapporti umani con i compagni di squadra, soprattutto. Ero un giocatore estroso, un po’ fuori dal tempo, ma i miei compagni mi indicavano sempre come Capitano. Mi veniva naturale sfruttare le mie doti atletiche, ne uscivano passaggi dietro alla schiena e schiacciate, così come esultanze che non volevano significavano mancare di rispetto agli avversari, ma solo liberare il mio carattere in campo, io che fuori ero gentile ed educato. In un solo anno, Marco Sanguettoli mi ha insegnato più di tutti, specialmente il palleggio-arresto-e-tiro, non tirando più con i piedi per terra ma in sospensione, un fondamentale che mi ha permesso poi di giocare ad alti livelli. E in un allenamento con la Serie A, prima di una sfida diretta, Messina mi incaricò di fare il Djordjevic, buttandomi in entrata sul lato destro e facendo arresto e tiro sul lato sinistro, per allenare la difesa Virtus… Al di là di quell’episodio che mi riempì di orgoglio, dal ritiro a Folgaria all’epilogo della stagione, è stata un’esperienza fantastica”.

Come ti rapporti alle squadre che alleni? “Una squadra giovanile è un insieme di ragazzi, ciascuno con il proprio carattere e con necessità diverse. E’ importante curare il rapporto con ognuno di loro, capirne la psicologia, parlargli. Forse è quello che, da ragazzo, avrei voluto ricevere. Quando riprendo un giocatore, voglio farlo in modo costruttivo, non serve solo sgridare o reprimere. Mi rivedo, in molti ragazzi di oggi. Forse ero più vicino alla loro epoca, che alla mia. Empaticamente, credo che i ragazzi capiscano che ci sono passato, ho provato le loro stesse emozioni, gioie e difficoltà. Cerco di tirare fuori il meglio da ogni ragazzo, non per forza a livello tecnico, perché la pallacanestro è una sfumatura della realtà, aiuta a crescere, ma serve impegnarsi, lavorare in gruppo, rispettare compagni e allenatori. Sta all’allenatore farli venire in palestra col sorriso, facendo tanto tanto lavoro sui fondamentali, ma allo stesso tempo dando i concetti di un gioco dinamico e in transizione, lavorare sugli spazi e movimenti con e senza la palla, con il timing giusto, perché in campo deve sempre esserci movimento e collaborazione”.

Cosa darà in più INVICTUS Academy ai ragazzi? “La possibilità, oltre ai Campionati FIP, di vivere esperienze formative estremamente importanti, organizzandole direttamente grazie alla rete di conoscenze internazionali di Savic e a quelle nazionali che ciascuno di noi ha, e portando anche i ragazzi fuori, in Italia e all’estero, facendo vivere loro il senso della squadra, che va ben oltre le dimensioni del campo da basket. E, in più, siccome lo sport deve aprire le porte a tutti, cercheremo di sviluppare qualcosa di estremamente innovativo, che coinvolga le scuole che aderiranno al nostro progetto, sia dal punto di vista sportivo che accademico, come avviene in altre realtà. Qualcosa di estremamente appassionante e identificativo per i ragazzi, e non soltanto per quelli che giocano a basket. Apprendendo dal modello americano di high school e college”.

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