Il Corriere di Bologna – a firma Daniele Labanti – pubblica oggi un’interessante analisi sullo stato di salute “a tutto tondo” della Virtus, in vista di una possibile cessione agli americani o ad altro compratore che decida di sottoscrivere l’aumento di capitale.

Da tre anni il club è stato ceduto da Claudio Sabatini alla Fondazione Virtus, ma i risultati sportivi non sono migliorati, nonostante le promesse e le speranze iniziali.
Di soldi però ne sono stati spesi: in questo periodo i soci hanno versato circa 7 milioni di euro nelle casse bianconere, tra i quali un milione e mezzo per l’acquisto del marchio, che poi la Fondazione gira in affitto al club per 120mila euro l’anno.
Inoltre la Virtus ha spese quasi uniche nel suo genere: due mutui, uno di 1.5 milioni per la palestra Arcoveggio acceso nel 2008 e uno per il museo Virtus (475mila euro) partito nel 2009, e poi investimenti per le giovanili decisamente superiori alla media, che si recuperano solo in minima parte con i parametri FIP. Inoltre la Virtus, per scelta della proprietà, deposita tutti i contratti in Lega (quest’anno circa 800mila euro), cosa che non tutti gli altri club fanno.
Nonostante si sia cercando di razionalizzare le spese e di contenere i costi (con addii a volte dolorosi), i bilanci degli ultimi dieci anni, a parte 2007 e 2008, sono quindi sempre negativi, mentre i costi della produzione sono rimasti simili, quest’anno 4.3 milioni di euro.
La Virtus ha però asset interessanti: il settore giovanile di cui sopra, uno dei migliori in Italia, il marchio (ora della Fondazione) in uso fino al 2027, e una partecipazione del 2.5% nella società Virtus College, che costruirà la foresteria in Arcoveggio. Dal punto di vista sportivo c’è la serie A – sperando di mantenerla sul campo – e uno dei pubblici più affezionati d’Italia, con 6042 spettatori di media nel 2015, per 782mila euro di incasso nella regular season. Per quel che riguarda il palasport, si gioca alla Unipol Arena (che non è in vendita, ha spiegato ieri Claudio Sabatini) pagando un affitto annuale. Il tentativo di Renato Villalta di tornare al PalaDozza andò a vuoto all’ultimo momento.

In sostanza, secondo il Corriere, la Virtus è ai minimi termini come appeal e valore, e quindi per un eventuale acquirente è il momento migliore di comprare. Se però non arriverà nessuno il futuro è fosco, perchè il modello Fondazione ha fatto il suo tempo. La Virtus costa troppo rispetto a quanto i soci sono disposti a versare, e quindi senza nuovi investitori è prevedibile un drastico taglio del budget.

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