Poi alla fine il basket è solo questione di attimi (con la T e non con la N, sia chiaro): metti che dall’Islanda fosse arrivato il cesto finale contro Reggio, ed era tutta un’altra fazenda. Però è arrivato il ferro, e sappiamo cosa è successo dopo. Così la Fortitudo torna oggi in palestra con un semplice 0-2 in classifica che però è percepito molto, molto peggio di quanto non dica la mera statistica, e nella necessità di dover preparare un qualcosa che pare già come una ultima spiaggia – di già? Con Basket City al mare della passata stagione chiuso da tre settimane? – contro una avversaria che ha tutte le migliori ragioni per avere canini aguzzi e intinti nel curaro.

Allora forse aveva ragione Gino Bartali, nel suo mantra del tutto sbagliato, o qualcosa c’è da salvare? O, semplicemente, ci può essere del margine di manovra, oggi? Il grande boh, direbbe Jovanotti: trarre conclusioni dopo 80′ di campionato è troppo, ma è chiaro che il ritardo estivo non è stato ancora recuperato, anzi. E Martino si trova, per la prima volta in carriera subentrando ad altre scelte, un gruppo eroso dalle sconfitte: nervoso, perdente, e che si porta dietro ataviche mancanze. Una su tutte, di quelle che porterebbe al pino punitivo anche nelle più scalcinate squadre UISP: il perdere palla in attacco e non rientrare in difesa. Sintomo che chi sbagliava lo scorso anno (era un classico del roster di Sacchetti) continua a sbagliare, e che i nuovi si sono subito adeguati.

Qui serve subito un regista, dimenticando l’equivoco sul ruolo di Gudmundsson: era stato raccontato che in estate Fantinelli sarebbe stato messo a fare il cambio di un play titolare, poi è saltato fuori che tutti ci eravamo sbagliati, e da qua ecco il guaio. Perchè Baldasso è un buon assaltatore, ma se ogni volta con lui in campo si parte da 2-15 una ragione ci sarà, e perchè l’islandese play non è, al netto delle colpe su chi lo ha preso. Poi servirà capire perchè ogni esterno con punti nelle mani sembra pestarsi i piedi con Aradori: capitava a Banks, capitava a Saunders, capita a Richardson. Qualcosa non funziona.

Per Martino la gara è durissima, specie se attorno il clima è lugubre: il pollice verso della Fossa, i social (e qualcuno ieri avrà ringraziato che, con il blackout di Zuckerberg, per qualche ora il flusso ostile si sia interrotto) a girare le spalle ad una società accerchiata. Nessuno vuole fare l’elenco degli errori – specie se quello di Metano Nord, poi, abbia anche portato bene – ma è chiaro che serve una svolta. Che sia dietro le scrivanie, o semplicemente trovando uno in campo che traduca correttamente le indicazioni del coach (e Martino, qui, aveva avuto un Leunen che tanto, tanto faceva) è indispensabile. Non domani, ma già adesso.

(foto Valentino Orsini – Fortitudo 103)

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