Dall’ultimo scudetto della Virtus sono passati vent’anni esatti. Era il 2001, l’auto dell’anno era l’Alfa Romeo 147 e il Nokia 3310 si diffondeva rapidamente. Di quella squadra – quella del grande slam di Ginobili, Smodis e Griffith (tra gli altri) – si sono ritirati tutti, a parte David Andersen, che a 41 anni gioca ancora in Australia. Tutto questo dà l’idea di quanto sia raro – e importante – quello che si sta materializzando in questi giorni. La Virtus è ancora imbattuta nei playoff, è avanti 3-0 con Milano e domani avrà il primo matchpoint per riportare a Bologna lo scudetto.

Dopo una stagione con alti e bassi enormi, e il fallimento dell’obiettivo Eurolega, la squadra di Djordjevic – i cui meriti sono evidenti, e in pochi (compreso chi scrive, bisogna essere onesti) ci credevano – è arrivata ai playoff nelle condizioni perfette. Anzi, nemmeno ai playoff, perchè nelle prime due partite e mezzo con Treviso i bianconeri erano stati i “soliti”, piuttosto discontinui. Da lì in poi invece, da quel famoso confronto in spogliatoio citato da capitan Ricci, è cambiato tutto. Difesa, aggressività e un miglioramento partita dopo partita, giocando sempre meglio ogni volta che il livello dell’avversario si alzava.
Anche la serie con Milano – finora – è andata in questo senso. Tre vittorie, ognuna più netta della precedente. Ieri la Segafredo, davanti al suo pubblico, ha dominato la partita fisicamente e tatticamente, e ha mostrato di avere molte più energie, nonostante Messina avesse cambiato due stranieri e quindi avesse – in teoria – giocatori più freschi. Invece la Virtus è sempre stata avanti, ha ritrovato il tiro dalla lunga distanza (11 triple a segno) ha provato a spaccare la partita tre volte, e la terza ci è riuscita, con un quintetto con quattro italiani in campo. E davvero – a parte la leadership di Teodosic e la straordinaria serie di Weems – la differenza di questa finale sta nel gruppo italiani. Quello della Virtus finora è stato in grado di fare la differenza, quello di Milano no. E quindi – paradossalmente ma nemmeno tanto – la squadra più lunga non è una che ha a libro paga una ventina di giocatori, ma quella che ne ha dieci responsabilizzati e pronti all’uso.

Tre a zero, quindi. Domani il primo matchpoint.

(foto Virtus Pallacanestro)

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