Che la Coppa Italia sia sempre stata un mondo a rovescio, per la Fortitudo, lo dimostra una piccola cifra: nell’era di Seragnoli, in campionato, ci sono state tremila finali su tremila e uno tentativi, e duemilanovecentonovantotto sconfitte. In Coppa, solo una finale, oltretutto vinta. Per il resto, solo eliminazioni, delusioni, e forse in alcuni casi nemmeno tanta necessità di dimostrare chissà cosa. Ma anche tante piccole storie, sparse qua e là, al netto dei cambi di una formula che per tutti gli anni ’90 prevedeva, per la Coppa, un tabellone a eliminazione diretta in stile tennis che occupava buona parte del precampionato.

Con la Fortitudo seragnolesca che nel 1993 affrontò in doppia sfida la Virtus: neopromossa e neopenalizzata la prima, neocampione d’Italia la seconda, ecco quindi un Effe che in gara 1 (vigeva la somma dei punti sugli 80′) in casa tenne botta e chiuse -2. Ci pensiamo poi al ritorno. fece segno Esposito al suo neopubblico: certo, come no, pochi giorni dopo fu -41, la febbre incurabile, e un bel po’ di tempo ci mise, quella ancor fragile Fortitudo di Scariolo, a rimettersi in piedi. Lo fece bene, certo, ma le stelle attorno alla testa per lo schiaffo preso ci misero settimane a sparire. L’anno dopo si partì con l’esordio di Djordjevic a spazzare via una scarsissima Pavia, poi la sberla arrivò da Varese, crocevia obbligato di quegli anni: Komazec e soci vinsero in casa propria, bissarono in trasferta, e altro settembre amaro per la Fortitudo.

Ancora più romanzesca, se vogliamo, la roba dell’anno dopo: eliminata Forlì nella prima volta assoluta usando Casalecchio come propria casa, la Effe si trovò ad un quarto di finale con Pesaro impossibilitata a giocarsela tra infortuni e giocatori sparsi per nazionali militari: si andò in Adriatico senza speranze e si fece -18. In casa, si giocò una semiamichevole in parità, senza chances di rimontare lo scontro diretto, fino a quando, a pochi secondi dalla fine, Valerio Bianchini chiamò il famoso timeout. Era un suo diritto, “Vero che la qualificazione non era in discussione, ma volevo provare a vincere anche gara 2”, avrebbe detto a fine gara: la gente non la prese bene, perchè c’erano comunque una ventina di punti complessivi di distanza, ci fu qualche tumulto, e se già il Vate da queste parti simpatico non lo era, figurarsi dopo.

Ancora peggio, sul campo, l’anno dopo: con climi fuori dal parquet inveleniti dagli strascichi della sconfitta in finale di maggio, e con il poco digerito – tal degh – cambio tra Djordjevic e Crotty, e con il gettonaro Funderburke al posto di McRae, si affrontò Reggio Emilia, che faceva la A2 con in guardia un giovin Basile: benino là vincendo di 2, malissimo in casa, perdendo (sciagurata fu l’idea di usare Pilutti come cambio in regia, frustrando sia lui che Andrea Blasi, relegato ai margini dei margini). Eliminazione, e miasmi sempre più forti che sarebbero sfociati nell’esonero, due mesi dopo, di Scariolo.

E allora fu quasi clamoroso quello che capitò l’anno dopo, con la Effe che per la prima volta superò le forche caudine dei primi turni arrivando in Final Four. A Casalecchio, prima si fece fuori la Virtus in uno dei diecimila derby dell’anno (fu la partita dei liberi di Moretti, all’unico segnale positivo di una altrimenti opaca esperienza in Fortitudo), quello del della Coppa Italia fregacazzi, o simile, detto poi da Danilovic. Lui si sarebbe rifatto poi, intanto la Effe alzò il suo primo trofeo, il 1/2/1998, contro Treviso. Curioso che sulla panca biancoblu ci fosse proprio quel Valerio Bianchini, detestato prima, sopportato poi, e rimosso indi.

Dopo, si torna alla mediocrità: nel 1998-99 si riesce ad andare in Final Four, ma sempre a Casalecchio la finale venne preclusa da Varese. Arbitraggio pessimo, marea di liberi per falli lontano da canestro, ma anche tiro finale per la vittoria offerto da Myers a Vinny Del Negro, libero, dai 4 metri. Come ci era finito, Del Negro, in quella situazione? Il lockout NBA, la corsa di V e F al grande nome, ma anche l’accordo Oltreoceano che spinse chi era venuto di qua a non vedere l’ora di andarsene. Con le zanzare in testa, Del Negro (che stava giocando con l’unico obiettivo di non stancarsi e non farsi male) fece sdeng, fine della festa, e Vescovi – ex poco, poco amato – a mostrar il proprio lato B alla curva.

Poi, cambio formula: non più eliminazioni dirette e Final Four, ma le prime del girone d’andata che andavano in Final Eight. Ma sempre amaro fu il calice fortitudino. Nel 2000, a Reggio Calabria, i Recalcati’s andarono a perdere contro una ancora non danarosa Siena, ai quarti, portando qualche tifoso, alla successiva prima gara casalinga, a vergare striscione almeno il campionato interessa?. Sarebbe interessato, e della Coppa nessuno si sarebbe ricordato più.

Dopo, poca roba: sconfitta in semifinale nel 2001, suicidandosi davanti a Pesaro. Sconfitta nei quarti nel 2002, sempre contro Pesaro. Non qualificatasi nel 2003. Sconfitta in semifinale nel 2004, contro – toh – Pesaro. Sconfitta nei quarti nel 2005, contro Roma. Sconfitta nei quarti nel 2006, ancora contro Roma, in quella che è l’ultima apparizione Fortitudo ad un ballo finale di Coppa.

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