In uno stipato circolo tennis dei Giardini Margherita è stato presentato il libro “La Effe di John – Talento Fortitudo in sospensione sulla città” al quale ha collaborato il “nostro” Enrico Faggiano.
C’era il protagonista – John Douglas – arrivato appositamente dagli Stati Uniti dove ora è allenatore di college – e poi erano presenti l’allenatore Andrea Sassoli e tanti quei protagonisti di quel periodo (1983-1987), oltre a qualche ex avversario della Virtus o a qualche fortitudino di epoche successive.
C’erano anche Giulio Romagnoli, Fabio Landi e altri componenti della Biancoblu.
Nella serata, presentata da Nando Macchiavelli, sono state mostrate foto d’epoca e tante illustrazioni realizzate da Giuseppe Palumbo, disegnatore di Diabolik e Martin Mystere, che ricordano vari episodi di quelle stagioni.

Le parole dei protagonisti:
Sandro Serenari, autore – Questa è una chiamata generazionale, parliamo di una Fortitudo di 29 anni fa. Io mi sono prestato come cucitore di memorie, 24 persone tra giocatori, medici, allenatori e dirigenti hanno ricostruito quel periodo su due linee: memoria e immagini. Questo libro va a riempire un “buco di storiografia”, perchè solitamente tutti ricordano la Fortitudo della gestione Seragnoli e prima quella del Barone. Il progetto è nato con l’amico Nino Pellacani, e ci abbiamo messo tre anni a realizzarlo. E ci siamo affidati al lavoro di un giornalista scrupoloso, Enrico Faggiano, che ha svolto la ricerca sulle fonti. Ci siamo riconosciuti in John Douglas e nei protagonisti di quelle stagioni.

Andrea Sassoli, allenatore – Oggi sembriamo tutti grande professionisti, ma io all’epoca ero l’ultimo dei giovani, non ero capace di fare l’allenatore e loro lo sapevo. Ero assistente allenatore e mi occupavo di giovanili, poi per una serie di eventi mi sono trovato in questa avventura travolgente, completamente diversa dallo sport attuale. Ogni anno succedeva qualcosa di straordinario, nel bene e nel male. E’ stato il percorso più bello per quel gruppo.

Maurizio Gualco, capitano – All’epoca eravamo i cugini poveri, giocare contro la Virtus era una cosa speciale. Abbiamo giocato tanti derby in quel periodo, ne abbiamo vinti un paio che non contavano niente, e uno che contava, in campionato. E quel ricordo me lo porterò sempre.

Fabrizio Pungetti – Sono anni che ho vissuto intensamente, in quel periodo ci fu la mia prima radiocronaca a Fabriano, sopra di 23 a fine primo tempo e poi finita dopo due supplementari. Si faceva di tutto per seguire la squadra, io ero nei militari ma in un modo o nell’altro riuscivo sempre a esserci ogni domenica. E ricordo anche la vicinanza di John e Leon Douglas

Claudio Lamberti, figlio di Beppe Lamberti – L’immagine più forte che ho di quei momenti era quando facevamo le foto delle squadra, abbiamo una foto della Yoga, del settore giovanile, in cui c’eravamo tutti. Mio padre faceva il ritiro del settore giovanile nella casa che abbiamo a Monzuno, e avevamo letti di misura umana, e i giocatori non ci stavano. Così mia nonna mise delle sedie per allungare i letti.

Nino Pellacani – Mi ricordo il primo allenamento di John Douglas, arriva con una canotta improponibile, bianca e gialla. Prende due palloni, palleggia, parte, va in terzo tempo e schiaccia con due palloni insieme. Noi sbarbi eravamo a posto così.

Alberto Vecchi – Erano anni molto belli, pur con l’ascensore c’era grande passione e serie A o serie B eravamo tutti vicino alla squadra. Mi ricordo l’episodio del coniglio bianconero che portammo dentro io e il Lungo, o a Rimini con Earl Williams squalificato che si mette davanti alla porta degli arbitri e non li fa uscire. All’epoca ero molesto, una rappresentante della Fossa dei Leoni e ci siamo divertiti molto. Sono stati anni veri, vissuti, vincere o perdere era uguale, per noi la cosa importante era vincere il derby.

Marco Bonamico – Invitarmi stasera è un attentato, credevo che oggi ci fosse la presentazione del libro di Fultz… Scherzi a parte giocare contro i fratelli Douglas era qualcosa di speciale. Per me e Riccio Ragazzi, ex Virtus, era qualcosa di diverso. Ricordo la partita di Napoli che costò alla Fortitudo la serie A, ci andammo noi. Se devo dire che mi dispiace direi una bugia… Ma quella era una Bologna diversa, i giocatori di Virtus e Fortitudo aldilà del campo si conoscevano e stavano assieme la sera. Fulvio Polesello distrusse la Mini Cooper che gli aveva dato Rovati andandosi a schiantare contro un pullmino della libreria Parolini.
La pallacanestro ora è cambiata, ma non credo sia peggiorata. Siamo cambiati noi, e la differenza è nei nostri occhi.
E c’è un’erede della grande Fortitudo che gioca nel nostro campionato, e credo valga la pena di seguirla e apprezzarla.

Maurizio Ragazzi – E’ vero che all’epoca i giocatori delle due squadre erano amici, in particolare io avevo un bel rapporto con Giacomo Zatti. Fuori ci si frequentava, ci scambiavamo anche le ragazze.
In quella famosa partita a Napoli, vinta da noi che e che condannò la Fortitudo, ci fu l’ingresso di Maradona che generò il delirio sugli spalti e galvanizzò la squadra.

Enrico Faggiano – Ringrazio tutti quelli che ho contattato per la ricerca e che sono stati disponibili, quando il libro era solo un’idea.
Sono contento che il mio nome sia in qualche modo legato a quello di John Douglas. All’epoca io avevo 13 anni e non potevo nemmeno dire in casa che tifavo per questa squadra, altrimenti mi avrebbero tolto la paghetta. E’ stato bello, in questi anni di difficile identità Fortitudo, tornare a un tempo in cui si poteva parlare di basket senza altri problemi.
Qualcuno se l’è tirata? Assolutamente no, anzi molti dopo aver sentito la parola Fortitudo e hanno detto “fermi tutti, c’è qualcosa di più importante di quello che sto facendo, ed è la Fortitudo”.
All’epoca era vero il famoso discorso del “c’è chi vuole avere e chi vuole essere, noi preferiamo essere”, era bello tifare per qualcosa così.

Paola Gambini, figlia di Germano Gambini – Credo che mio padre sia stato perennamente innamorato della Fortitudo, e anche sotto effetto di qualche droga. Era innamorato dalla mattina alla sera e anche la notte, i suoi giocatori erano dei figli, e quindi per me dei fratelli. Mi ritrovo in una grande famiglia dove tutti hanno messo cuore e passione.

Stefano Quadrelli – John Douglas rappresenta per me la mia prima Fortitudo da medico, io ero tifoso da sempre e per me diventare medico della Effe era realizzare un sogno. Ricordo John in manifestazioni fisiche che generavano stupore. Staccava da terra senza piegare le gambe e rimaneva in alto, violando le leggi della fisiologia. Per me quel periodo è stato un sogno, e speriamo che quel sogno continui a essere perseguito.

Massimo Iacopini – Sono stato svezzato in tutti i modi qui in Fortitudo, sono stato qui dai 17 ai 21 anni.
John l’ho rivisto l’anno scorso dopo tanto tempo a Treviso, era venuto a vedere l’Eurocamp. Abbiamo passato anni bellissimi, si era formato un gruppo unico, tutti ragazzi di 20anni e due americani.

Giulio Romagnoli – La nostra squadra oggi si chiama Biancoblu e ha la Effe scudata sul petto. Vorrei che lo spirito della Effe di John, di quella Fortitudo, riuscissimo a riportarlo nella Effe che sarà in campo, e che speriamo sia in campo per i prossimi 300 anni.
Abbiamo qualche conotato simile ai quei tempi, pochi soldi ma tanta buona volontà. Come regalo natalizio chiedo che ci possa essere prima possibile una Effe con quello spirito e che sia la Effe di tutti.

Daniele Albertazzi – Io sono arrivato l’anno dopo le squadre di John Douglas, l’ho mancata di poco. Secondo me ora la pallacanestro è cambiata. Noi una volta avevamo dei rapporti, tra giocatori e coi presidenti, diversi da quelli di oggi. Una volta i contratti si facevano davvero stringendosi la mano, io l’ho fatto con Gambini e con Caselli. Si portava avanti un discorso univoco tra società e squadra. La Effe è stata grande e ritornerà grande, mi auguro che ritorni a nascere una Effe come quella che è stata per noi, credo che Bologna ne abbia bisogno.

John Douglas – Giocare a Bologna è stata una grandissima occasione, con un grandissimo tifo. E’ stato un sogno, Bologna è sempre vicino al mio cuore. Grazie a tutti.

Il libro, edito da Minerva, è già in vendita e costa 15 euro.

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