Ci saranno giorni migliori, almeno in attacco, per una Fortitudo che rischia di trentellare nel campo delle palle perse dimostrando di non avere esattamente chiaro dove andare a cercar fortune nei momenti di raccolta. Ma serviva vincere dopo l’ennesima settimana nebulosa, con Roberts in panchina solo per ottenere crediti per il visto, e alla fine la cosa è arrivata. Non scontata, visto come Trieste sia roba rognosa e capace di portarti sui propri binari, ma necessaria per andare avanti in classifica e aspettare che le cose diventino più chiare con il passare delle settimane.

“Piegati ma non sconfitti dalle vostre gabelle – FIPocriti”, verga la Fossa per chiudere – per ora – la questione inno, silenziandosi durante l’emissione di Mameli, ma intanto è silente anche la Fortitudo, specie in attacco. Dove le linee di passaggio sono tutte intasate, o se vogliamo troppo prevedibili, e tra una palla persa e l’altra se ne segnano 4 in 7’ concedendo a Trieste di menar le prime danze. Qualcosa lo aggiustano due triple, ma c’è sempre troppa approssimazione e poca linearità, per cui la quale è 14-19 al 10’.

Salutato Andrea Blasi a 14 anni dalla tragica scomparsa, si continua ad attaccare con l’atteggiamento di chi strabuzza gli occhi ogni volta che riesce a completare un passaggio, ma per riavvicinarsi del tutto serve un po’ di Italiano, un po’ di difesa, e tanti tiri liberi. 25 pari al 16’, tre falli per Parks, si va avanti punto a punto con assetti leggeri e si chiude avanti 33-32. Tanta roba, pensando alle 16 palle perse e ringraziando una ventina di liberi tirati.

Si continua con così poca estetica che Nina Zilli, in parterre con canotta a pois d’ordinanza, forse si chiede se non avrebbe fatto meglio a scegliersi un fidanzato impiegato del catasto. Poco spettacolo, tante spallate, e canestri che sembrano pepite prelevate dalle sabbie mobili. Una botta di qua e una di là, senza nessuno a provare l’erezione vincente, e 47-43 al 30’, senza nemmeno tanta capacità di limitare le perse (21).

Serve andare a trovare un eroe, e dalle nebbie spunta fuori Raucci, i cui dreadlocks non sono un ostacolo a capire, nel finale, dove andare a parare. Attenzione dietro, ma soprattutto 7 punti filati che sono una pinta di birra davanti ad un assetato. E quando finalmente si riesce ad attivare Knox, precedentemente in versione paracarro, arriva il break che gira la partita nella direzione di Bologna. Con davvero poco da mostrare a chi vuole sapere se il basket è uno sport bello a vedersi, ma abbastanza per smuovere la classifica.

(foto Pierfrancesco Accardo Photography)

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