In questi giorni Kim Hughes, ha seguito la Benedetto XIV, tra Cento, il Palareno di Sant’Agostino e il Palasavena di San Lazzaro, accompagnando il coach Giovanni Benedetto..
Oggi infatti Hughes è qui in veste ex collaboratore e grande amico di coach Benedetto, ma la sua carriera non avrebbe bisogno di presentazioni… in Italia, ha vinto lo scudetto con la Virtus Roma (1982-83) e ha giocato a Milano, Reggio Calabria, Brescia. Negli USA, è stato campione ABA (la lega “rivale” della NBA) con i New York Nets nel 1975-76, per poi proseguire in NBA prima con i Nets, poi con Denver Nuggets e Cleveland Cavaliers.
E terminata la carriera di giocatore, è stato allenatore e assistente a Denver, Los Angeles (sponda Clippers), Portland, e di nuovo in Italia, a Reggio Calabria e Capo D’Orlando.
Per non parlare degli innumerevoli ruoli come scout e dirigente… abbiamo avuto l’occasione di fargli una breve intervista.

Ciao Kim, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Nella tua carriera hai avuto tantissimi momenti straordinari, ma al di là dei trofei e delle vittorie, c’è qualcosa che ti senti di ricordare in particolare? 

Il primo anno con i Nets. Giocavo con Julius Erving… quando si parla di grandi campioni tutti pensiamo a Michael Jordan, ma Erving quella stagione fece una media di 36 punti partita. Avevo una mentalità del tipo “noi non dobbiamo perdere, non possiamo perdere”. Non avevo mai incontrato un uomo così!
Anche l’anno a Roma è un bel ricordo, abbiamo vinto lo scudetto dove prima non si era mai vinto nessun trofeo… quella era una squadra molto forte. Anche a Reggio Calabria: una piccola città, ma un gruppo unito e un grandissimo seguito di tifosi… arrivavano in 1500 anche solo per un allenamento, tutte le partite facevamo sold out… davvero un bel periodo.

Hai debuttato in Italia nel 1974, con l’Olimpia Milano, quindi conosci il nostro campionato da molto tempo: come è cambiato il basket italiano in questi anni, sia per quanto riguarda il livello dei campionati che per i giocatori italiani?

Il primo anno ero molto giovane e non avevo ancora capito bene il mondo. Fu una stagione fantastica, giocavo con Iellini, Brumatti, Bariviera, Borlenghi… era una davvero bella squadra, a mio avviso. Abbiamo giocato bene e ho pensato che potessimo vincere.
Avrei potuto rimanere, ma alla fine decisi di tornare negli USA per giocare con i Nets. Quando tornai nell’81 per giocare con la Virtus Roma, il primo anno non eravamo molto forti: il secondo anno invece eravamo molto più forti, perdemmo solo una partita nelle prime 10 giornate. Ero con Polesello, Gilardi, Larry Wright… sembrava facile giocare con loro!
E quella squadra era molto più forte di quelle che scendono in campo ora in Serie A. Quando tornai successivamente per allenare in Italia ho visto un livello tecnico sceso di parecchio. C’è molto meno talento, una volta l’Italia era tra i primi 10 paesi del mondo per il livello di basket espresso, e ora non lo è più. Sono parecchio dispiaciuto per questo: non so quali siano le cause, se sia un problema economico o se ci siano altri problemi… quello che manca sono i giovani italiani. L’anno scorso ero a Capo D’Orlando, con una squadra italiana, e a inizio stagione c’era solo due giocatori italiani, Matteo Laganà e Andrea Donda… e non giocavano mai! Non mi piace il regolamento che permette di giocare con americani, croati e serbi e taglia fuori gli italiani. Gli italiani devono giocare: una Serie A così non mi piace.

Hai giocato e allenato tantissimi campioni: c’è qualcuno (anche avversario) che avresti voluto avere come compagno di squadra, o come giocatore da allenare?

Mi piacciono i giocatori grintosi… anche se sono “cattivi”, non mi interessa. Un giocatore che sicuramente avrei voluto avere è Dino Meneghin. Lui avrebbe dovuto giocare con in NBA, con gli americani… quando in Italia ha avuto l’occasione di giocare contro gli americani, nonostante fosse a volte di talento inferiore, ha dimostrato di essere un duro. Non siamo amici, in campo ci siamo “sgomitati” più volte, e siamo anche quasi venuti alle mani… ma ho rispetto per uno come lui che ha sempre giocato senza paura, che ha giocato come si deve giocare in difesa. Bisogna saper rendere le partite difficili, e contro di lui non era mai facile. Io nella mia squadra vorrei sempre dei giocatori così!

A proposito di giocatori e persone di carattere… come hai conosciuto il nostro coach Giovanni Benedetto?

La prima cosa che devo dire è che non sono venuto in Italia perché una offerta di lavoro: è stata una scelta di vita. Mia moglie odiava il mondo della pallacanestro NBA, e mi ha chiesto di andarcene il più lontano possibile.
Così sono finito a Reggio Calabria, e mi hanno chiesto di entrare come assistente. Io dissi subito a Giovanni che mi sembrava difficile, che non avrei voluto rubargli il posto, e che davvero mi volevo limitare ad un ruolo di assistente. Ma se io fossi stato in lui, mai e poi mai avrei accettato l’aiuto di un americano che veniva da fuori! Avrei pensato che volesse farmi le scarpe e rubarmi il posto.
Ma ho fatto questo lavoro senza alcun problema, sono andato anche via con lui, lui sa che sono una persona onesta e che non ho mai voluto “pugnalarlo alle spalle”… ma purtroppo ci sono tanti allenatori che agiscono in questa maniera. Alla Viola sono cresciuto molto, ho trovato un nuovo amico, e ho capito e deciso che voglio fare ancora qualcosa nel mondo della pallacanestro. Posso stare a casa senza occuparmi di pallacanestro? No, voglio lavorare, e il basket è il mio mondo… e Giovanni in questo mi ha aiutato tantissimo.

Stai seguendo la Baltur Cento? Cosa pensi della stagione della Benedetto?

Domenica ero a Forlì a vedere la partita dal vivo, ma ho visto altre sei partite a casa di Giovanni… non ho visto le altre squadre del girone, ma posso dire che la Benedetto è abbastanza forte: questa squadra può vincere se i ragazzi giocano insieme e giocano con energia. I primi 7 minuti contro Forlì non sono stati così, ma dopo hanno giocato bene e il terzo quarto, sul 64-60, ci sono stati tre canestri sbagliati, è stata persa la palla due volte, e questi sono episodi che avrebbero potuto cambiare la partita.
La squadra però è “quasi là”, può vincere e io sono sicuro che possa migliorare il proprio gioco e fare bene: il talento c’è, oggi ho visto l’allenamento… i ragazzi giocano insieme, non ci sono giocatori fuori da questa intesa. L’unica cosa indispensabile è che si scenda in campo con la volontà di dare il massimo per 40 minuti, spingendo fin da subito. Se faranno così, non ci saranno problemi.

Ti sei spesso occupato di giovani nella tua carriera… prima hai detto che “i giovani italiani” devono giocare. Una domanda per i tanti giovani che ci seguono, in particolare i ragazzi della Benedetto 1964: quale consiglio ti senti di dare un consiglio a un giovane?

Per me è semplice: questi ragazzi devono giocare. Devono giocare di più in estate, non possono fare vacanza per 3 mesi. Quando si allenano, devono sempre dare il 100%. Anche in allenamento, non si può scendere in campo per passeggiare. Nella partita devo correre e crearti gli spazi per poter tirare: se vai in palestra e ti alleni per fare 200 tiri da fermo, non serve a niente. Devi fare il lavoro vero, devi sudare, devi allenarti a tirare quando sei stanco e devi imparare a giocare sempre ad alto livello.

Grazie ancora della disponibilità, Kim. Ci mandi una tua foto con il coach Benedetto?

Ci provo, ma io sono molto più bello di lui… dopo lui sembra troppo brutto! Scherzo, ovviamente la facciamo con molto piacere!

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