Reggio Emilia era una specie di seconda casa. Avevo amici balneari, e ogni volta che la Fortitudo ci andava a giocare importunavo Carlotta, che di basket ne sapeva da zero a dieci meno uno, per andare a prendere i biglietti in prevendita. Ma, in quella settimana, tutto era ancora più grave, perchè, insomma, si stava avvicinando il due aprile 1992. Sono nel negozio di Chiarino Cimurri, muoviti. Biglietti che sarebbero stati superflui, se qualche giorno prima la Effe avesse battuto Brescia di ventello. Inutili, se avesse perso: avrebbe vinto (e sia lodato Dallamora, che rischiò il quarantello), ma non abbastanza per la serenità. Quindi, la Fortitudo si sarebbe giocata salvezza ed esistenza in via Guasco, poco dentro i viali di circonvallazione di Reggio.

Arrivai in città in treno, nel pomeriggio, e macinai chilometri su e giù per il tratto centrale della Via Emilia. Come tutti i condannati a morte in attesa di miracolo, tutta la vita (sportiva) mi stava passando davanti, cercando di capire qualsiasi piccola sfumatura che avrebbe potuto aiutare Lino Bruni a vincere. Ah, una cifra: compresi i playout del 90, la Effe aveva perso 32 delle ultime 34 trasferte. Incoraggiante, no? Poi, in una villetta a due piani in Via Voltaire, periferia reggiana, Carlotta mi diede i due biglietti, mentre mio padre, finito di lavorare, aveva sfrecciato verso Reggio per essere della giornata. Con quel gesto, Carlotta si fece perdonare dal non aver convinto tal Barbara, sua compagna di classe, ad unirsi carnalmente a me (“magari se me lo chiedevi te invece che mandare lei…” avrebbe detto costei, decenni dopo, ma vabbè).

Non ero in curva, ma nei distinti. Dietro ad un bambino dalla testa inevitabilmente quadra con uno di quei ditoni di gommapiuma alzati, e con le farfalle, i pipistrelli, pterodattili nello stomaco. Alla prima azione o quasi, ecco il nostro Nuovo Straniero. Teoman Alibegovic, arrivato perchè con una (fortunosa, diremmo poi) telefonata un giornalista di Bologna aveva fatto saltare l’arrivo del prescelto precedente, Ronnie Grandison. Che fa robe assurde, ‘sto Teo. Sbaglia una schiacciata, anzi no, riprende il rimbalzo e segna. Poi, TIRA DA TRE IN CONTROPIEDE. Un lungo? Che tira da 3? In contropiede? MA SIAMO MATTI? No, perchè fa canestro. Con una spavalderia mai vista prima, le sue orecchie a sventola caricarono la truppa. E vantaggio fu, mentre la metà del palasport, bolognese, si stropicciava gli occhi dopo mesi di titubanze di Vandiver, il tecnico ma pavido lungo precedente.

Reggio però si giocava qualcosa, l’ingresso nei playout a salvare stagione deludente. E nel secondo tempo un cesto di Londero, maledetto compagno di scuola di un mio amico di università, tal Enrico Beltrami, mise il sorpasso. Ahia? No, perchè.. non ci crederete, ma in quel momento Bologna e il suo pubblico fece qualcosa di unico. Telepaticamente, iniziò a concentrarsi sui palloni tirati: se erano reggiani, si riusciva a mandarli fuori. Se bolognesi, che ci crediate o no, ripeto, li mandavamo dentro. E controsorpasso, e schiacciata di Dallamora (a proposito, si opera alle caviglie tra poco: auguri), e vittoria, e salvezza, e gioia. Era il due, aprile, 1992.

Quella sera, al ritorno in autostrada, si strombazzò come uno scudetto, mentre ci si chiedeva se tenere quello slavo (28 punti) e chissà cosa sarebbe stato. “Magari un giorno arriverà uno con i soldi, la Fortitudo vincerà scudetti, ma da oggi questa data resterà in eterno”, si disse.

Due giorni dopo, ancora euforico, seguendo una partita di football della mia squadra, i Towers, presi a male parole un tizio in borghese, avversario, sulla sideline di Torino. Mi dissero “Guarda che quello ha una collezione di femori spezzati in casa, eh…”, ma avevo vent’anni e felice, mica mi avrebbe fermato un femore, no?

Tre mesi dopo, a Cervia, vidi Teo in un torneino locale, ed emozionato gli feci firmare una maglietta. Accanto a lui, un altro slavo, appena preso dalla Virtus, non venne considerato. Se la legò al dito, e sei anni dopo magari avrà pensato a quell’autografo negato, tirando in faccia ad un buffone americano ricchissimo (with a little help from.. vabbè). E tanti, tanti anni dopo, feci “firmare” a Teo la mia neonata erede.

La maglietta non è stata più lavata. La figlia, per forza di cose, sì.

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