Carlo Recalcati è stato ospite di “Effe trasmetto per te”, condotto da Matteo Airoldi su Radio 108.
Le sue principali dichiarazioni

Quanta nostalgia ha del campo, dell’agonismo? “Non voglio passare per presuntuoso, ma non mi manca. E’ stata una scelta molto ponderata, arrivata nel tempo, e non fatta di impulso. Avrei potuto trovare situazioni per cui ripensarci, ma ormai ho deciso, e non ho mai recriminato sul fatto di aver deciso di smettere di allenare. E mi sono trovato il modo di occupare il mio tempo seguendo il basket, ma il campo non mi manca. Pensavo sarebbe successo, così come la routine del prepartita… Ora invece godo del non avere impegni ripetitivi, giornate libere, e di poter decidere di volta in volta che cosa fare. Ho iniziato a fare il professionista nel 1962, ho passato tanti anni con ritmi programmati e preordinati, ora mi trovo molto bene con tempo a disposizione”

Un possibile ruolo da senior? “Quando rinnovai con Venezia avevo in mente un qualcosa del genere, programmando triennalmente per far diventare De Raffaele capo allenatore e io da senior, come Zorzi con Boniciolli. Per fare una cosa del genere ci vuole reciproca stima, c’era tra me e Walter, poi i rapporti tra allenatore, presidente e proprietario sono cambiati…”

Un giudizio sulla stagione Fortitudo? “Intanto posso dire di aver tenuto a battesimo la Fortitudo nella prima partita che giocò in serie A, contro Cantù. Mi fa piacere parlare di questa stagione, positiva, da neopromossa che doveva trovare una dimensione nuova pur con tanti giocatori di esperienza. Che è qualcosa che ti aiuta ma che, dall’altra parte, può essere a doppio taglio con l’età avanzata. E andando avanti con l’annata il non essere giovanissimi ha un po’ rallentato i ritmi. Ma non si può non parlare di stagione positiva, con le Final Eight, una pallacanestro piacevole, e l’esordio in serie A di uno che reputo uno dei migliori allenatori del campionato”

Anno 1999-2000, si può dire che la principale avversaria fosse la pressione? “Sì. Quando arrivai in Fortitudo avevo appena vinto con Varese, squadra che faceva della leggerezza mentale la sua forza. In Fortitudo era tutto diverso: squadra più forte, la più forte che io abbia mai allenato in assoluto, ma con addosso una cappa di negatività, pressione, finali perse, stagioni buttate alle ortiche… Io ho avuto il vantaggio di essere arrivato da vincente, e Myers in uno dei primi allenamenti disse ‘seguiamolo, perché lui ha vinto e noi no’: questo ha reso tutto più facile, fino alla sconfitta in gara1 di finale.”

Basile disse che dopo quella partita il coach ebbe un ruolo fondamentale. “Avevamo giocato da protagonisti, con una grande forza mentale, e perdiamo la prima di finale in casa.. E’ stato un po’ come sentire il peso del passato. Per un attimo ho pensato che poteva finire come i precedenti, ma a fine gara dopo la conferenza stampa risalii sul campo del Paladozza, e quello che mi meravigliò era che il palazzo era ancora mezzo pieno, la gente era disperata, e convinta che anche quell’anno sarebbe andata male. A quel punto non potevo farmi vedere insicuro: parlai con tutti, li rassicurai, e dissi che avremmo sicuramente vinto a Treviso la gara successiva. Dissi le stesse cose nello spogliatoio il giorno dopo, feci presente che si trattava solo di una partita di basket e che noi dovevamo comunque ritenerci un gruppo felice, in salute, con ottime famiglie e splendide figlie. L’unico che doveva essere preoccupato era Jaric, che aveva i genitori a Belgrado sotto bombardamento. Noi dovevamo solo giocare a basket, e la squadra rispose in modo positivo. Subimmo l’infortunio di Karnisovas prima delle finali, in gara1 ci venne a mancare l’ala piccola di ruolo e io provai a rimediare con tre guardie senza però avere veri frutti. Allora a Treviso partii con tre giocatori alti, con Fucka e Galanda che ruotavano tra ala piccola e ala forte”

Fu determinante la figura di Myers che, per tenere la squadra in equilibrio, fece un passo indietro davanti a Basile e Jaric. “Il mio primo impatto con Jaric fu telefonico. Noi stavamo trattando Katash, all’epoca il miglior play europeo, e l’operazione era quasi arrivata alla conclusione. Poi lui mi chiamò da Los Angeles, si presentò, disse che ci conoscevamo poco, che sapeva della ricerca di un altro play, ma disse anche che sarebbe diventato il miglior play europeo. Chiusi la telefonata convinto, perché uno così, che non mi pareva un millantatore, doveva essere per forza sincero. Cambiammo programmi, e andammo avanti con lui. Myers fu importante perché quell’anno fece davvero il capitano. Ha speso tanto tempo nel parlare con Marko nei momenti in cui era depresso, non contento, spesso arrivava mezzora prima o andava via mezzora dopo per aiutarlo: è stata una chiave decisiva per vincere”

Primo derby di Recalcati in Fortitudo, c’è la coreografia della V rosa. “Noi non sapevamo cosa sarebbe successo, avevamo percepito qualcosa, sentivamo parlare di slip verniciati di rosa ma a cosa sarebbero serviti non lo immaginavamo. E’ stato il primo derby, la prima esperienza, dopo una settimana particolare. Io non ho mai trovato nessun tipo di esasperazione da parte degli avversari: vivevo in una traversa di via Indipendenza, uscivo e trovavo un mare di persone, fortitudine o virtussine, ma ho sempre vissuto tanto rispetto e al massimo ironia. L’unico atto negativo fu al mio arrivo a Bologna, fermato sui viali in macchina senza la cintura… non mi hanno considerato, e alla fine il vigile mi ha multato. Mi restituiscono patente e libretto, e prima di partire la vigilessa mi dice ‘sa che l’ho riconosciuta? Ma è dalla parte sbagliata’. Scherzi a parte. Ho vissuto tanti derby, essendo cresciuto a Cantù, ma mai uno cittadino: è diverso dalle sfide in Lombardia, perché qui vivi davvero il prepartita a contatto anche con i tuoi avversari. Ma ripeto, ho sempre visto un atteggiamento di grande rispetto”

Nel 2000-01 cosa mancò? “C’era la Virtus, tutto qua. A volte le spiegazioni sono molto semplici: noi eravamo fortissimi pur avendo perso Vrankovic che era il nostro punto di riferimento prima di essere richiamato per l’infortunio di Zukauskas. Ma ormai aveva staccato… Myers ricordava partite in cui aveva fatto 4 tiri in 30’, e mi spiegò che non era un mangiapalloni, ma uno che sa come regolarsi in base ai compagni. E mi fece capire che avere uno come Vrankovic era roba per cui era normale che lui non avesse bisogno di tanti tiri. Oltre a questa mancanza, il fatto che c’era la Virtus. Noi abbiamo fatto finale scudetto, Final Four di Eurolega, ma con l’avversaria in città”

Un ricordo della vittoria a Colonia nel 2004? “Fu una partita indimenticabile. Arrivammo a Colonia in preparazione per le Olimpiadi, finalizzati ad altre cose. Avevamo perso la partita precedente contro la Germania, giocammo contro gli Stati Uniti con la mente leggera perché era la loro prima gara appena sbarcati in Europa. Non li aveva ancora visti nessuno, c’era molta attesa, e le attenzioni erano tutte su di loro. Io avevo la percezione di essere lo sparring partner degli Harlem Globetrotters, ma negli spogliatoi ci siamo detti che avevamo l’occasione di poterli guardare in faccia e di conoscerli in caso di sfida alle Olimpiadi. Ognuno giocava contro il proprio avversario, Pozzecco contro Iverson, era un modo per vederli dal vivo e non dall’esterno. Forse l’essere snobbati ci diede un po’ fastidio, ricordo in conferenza stampa che il loro coach, Larry Brown, non conosceva i nomi dei miei e li chiamava per numero, ‘quello con la barba, quello che ha il numero 5’, e dissi ai miei che dovevano dimostrare chi erano davvero. Nessun timore reverenziale, l’idea di fare tanta zona che all’epoca in NBA non era autorizzata, poi in attacco la gestione dei tempi e libertà alla fantasia. Ne è uscita una partita fantastica, tutto il palasport incitava gli USA come fossimo a Boston, e alla fine il gruppo dei nostri tifosi trascinò la gente dalla propria parte”

Quanto costò tagliare Pozzecco dalla Nazionale nel 2003? “L’avevo ereditata da Tanjevic. Negli anni precedenti avevo perso Fucka, Myers e Meneghin. Aveva tanti ottimi giocatori, ma avevo perso il gruppo base di Parigi 1999. Dovevo ridare una struttura, avevo bisogno che Basile e Galanda diventassero protagonisti come lo erano stati con i propri club, che ci fosse una nuova identità e delle nuove, diciamo, gerarchie. Avevo bisogno di tempo per lavorare dato che non c’era tanto talento diffuso, doveva diventare lavoratrice e concreta. E a Bormio, iniziando la preparazione, capii che la fantasia di Pozzecco era quasi di disturbo. Mi resi conto che sarei stato costretto a non portarlo, c’era bisogno di certezze e garanzie che mi davano altri come Bulleri e Soragna, ad esempio. Avevo grande stima di Gianmarco, affetto, avevamo condiviso a Varese anni fantastici, non volevo arrivare a fine preparazione e tagliarlo: da giocatore avevo provato questa sensazione di essere lasciato a casa all’ultimo, e non ho voluto sottoporlo ad una prova del genere. Lui non era in grado di intendere e volere, quando glielo ho detto, ma è qualcosa di normale. Poi te ne rendi conto dopo, ma me lo aspettavo e non ho badato al fatto che se la sia presa male”

Poi ci fu l’Olimpiade ad Atene. “Agli Europei la squadra si consolidò, e senza Pozzecco rischiavo le critiche di tutti. A quel punto la squadra si consolidò, e in un secondo momento il Poz tornò utile perché era il momento giusto per rimetterlo nel gruppo”

La ricetta per ripartire dopo il Coronavirus? “La priorità è la cura dei settori giovanili. La programmazione deve andare in là nel tempo e non dobbiamo pensare solo all’anno prossimo ma andare avanti almeno di 3-5 anni. E produrre giocatori si fa solo investendo sui settori giovanili, cosa che molti non fanno offrendo stipendi da fame agli allenatori. Si devono dare incentivi a chi produce giocatori”

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