“Ma tu quanta pastasciutta mangi?”. Così un 11enne del San Savino – non io, eh, si chiamava Christian, con l’acca – esordì al primo allenamento, nel campetto dietro la Parrocchia, nel marzo del 1982. La buona forchetta era quella di Stefano Pillastrini, Bepi per tutti, che assieme a Roberto Ruppe Balboni, Claudio Cottego Reggiani e Massimo Bitte Bitelli cercava di spiegarci qualcosa della palla a spicchi. Primo allenatore, e quasi vicino di casa, si capirà che il mio giudizio nei suoi confronti non potrà essere del tutto obiettivo, ma proviamoci.

Che le cose fossero cambiate ce ne accorgemmo alla prima di campionato dopo la retrocessione del 1990, e dopo l’evidente crollo economico che rese l’allora Aprimatic una candidata non alla promozione, ma alle ultime posizioni della A2. A cercare di salvare la baracca sarebbe stato Pilla: giustamente, perché la squadra era di fatto la juniores che aveva vinto lo scudettino nel 1989 più Daniele Albertazzi, Trottolino Amoroso Marcheselli in prestito dalla Virtus, e due stranieri. Tutto era cambiato, e anche il fatto che le luci del Paladozza si accendessero mezzora, e non un’ora e mezza prima della palla a due, pareva un tributo al dover stare attenti alle bollette. E Pilla, con le sue maglie serafino color seppia, l’opposto in quanto ad eleganza rispetto al predecessore. Ma quella era una squadra che si faceva apprezzare: pressing disperato, gioventù allo sbaraglio che almeno in casa (11-4 alla fine) non aveva paura di nulla, e il solo problema della mancanza di personalità che rendeva impossibile il gol esterno. Si tagliò Khomicius (una leggenda, ma poco propenso al migliorare i compagni) per Pete Myers, ci si tagliò quasi le vene dopo una sconfitta casalinga con tripla di Guerra allo scadere, e pianse Giacomo Zatti, la settimana dopo, quando con la Montecatini dei mille ex (c’erano anche Marco Marchetti, George Bucci e Chris McNealy) sconfisse la sua Fortitudo, condannandola quasi alla retrocessione. Sarebbe poi arrivata la vittoria a Cremona, l’unica trasferta felice dopo 14 ko, a salvare la truppa con una giornata di anticipo, e gloria per tutti.

Pilla venne confermato, ma l’anno dopo si provò ad alzare un minimo l’asticella senza però riuscirci. Arrivò qualche giocatore vero, benchè di categoria (i famosi Bonino e Cuccoli. Almeno, il primo, in A2 avrebbe dimostrato di saperci stare), e la prima scelta Shaun Vandiver. Le cose non andarono però benissimo, e l’errore fu quello di aver continuato a puntare su una squadra senza un play di ruolo: era l’epoca in cui la moda imponeva registi di due metri, ma né Pete Myers né, soprattutto, Andrea Dallamora, avevano tecnica e personalità per farlo. Ci fu una vittoria in trasferta (a Udine), ma il record restava fisso al 40%, e la gente cominciò a brontolare: qualcosa andava cambiato, si vociferò di un possibile arrivo di Micheal Richardson, ma alla fine il taglio fu sulla panchina. Pillastrini chiuse a fine dicembre 1991, ultima del girone d’andata, battendo Reggio Emilia in una gara dove per tutto il tempo, sul voltone del palasport, un pipistrello svolazzò felice e contento. C’è chi vuole essere Batman, c’è chi vuole essere Robin, c’è chi vuole essere Pilla.

Al netto della carriera di Pillastrini, che lo ha portato ad allenare in tante piazze storicamente nemiche della Fortitudo (Virtus, Varese, Treviso, Pesaro, Forlì, Montecatini, non se ne è fatta mancare una), non capirò mai l’astio che ora i social gli portano. Pilla non ha mai negato di essere rimasto fortitudino dentro, e chi lo critica, quel giorno a Cremona, non c’era. O forse era a casa, e in maglia bianconera gufava. E forse il suo unico errore è stato quello di non avermi saputo valorizzare, ai tempi del San Savino Corticella. Ma lì sarebbe servito il Mago Gabriel, altroche. Poi, che lui sia stato involontariamente la causa del mio matrimonio, o che in un verbale condominiale del 1977 abbia ritrovato una discussione tra suo padre e mia nonna sull’utilizzo degli idranti per lavare le auto in garage, non influenza più di tanto il mio giudizio: lui in Fortitudo ha fatto i miracoli, e forse solo l’impuntarsi su Dallamora play potrebbe averlo danneggiato. Ma per il resto, grande persona, e il libro “Pillacanestro” con i fondi tutti alla Casa della Carità lo dimostra.

D’altronde, un allenatore che dopo tremila anni e diecimila giocatori allenati ricorda ancora il quintetto di una partita tra Ponticella e Corticella – più che una partita una allitterazione – giocata nel giugno del 1982 (poteva essere un Comaglio-Portapuglia-Mazzanti-Faggiano-Magnanini?) un applauso lo merita.

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