La storiografia e l’immaginario collettivo ricorda oggi Pero Skansi come una specie di scapestrato che una ne fece e dieci ne sbagliò, ma forse il giudizio su di lui, a mio parere, andrebbe un attimo rivisto verso l’alto, anche se di poco. Arrivato in Fortitudo all’inizio dei playoff 1998, si ritrovò a dover gestire una squadra con gerarchie corte ormai cementate, facendo comunque la barba allo scudetto, mancato per un tiro sbagliato in gara4 e per la Trinità Danilovic-Wilkins-Zancanella (scegliete voi l’ordine di incisività) in gara5. Non riuscendo, nemmeno lui, a vincere il campionato da subentrato: per la cronaca, 22 anni dopo, siamo ancora a quota zero, nella apposita tabella.

Però (con l’accento), l’anno dopo la Fortitudo si trovò a tratti ad essere una delle più divertenti ed efficaci mai viste, tanto che in alcune partite, specie in primavera, la manifesta superiorità era tale per cui, ad esempio, Damir Mulaomerovic si vide dimezzato il minutaggio. Motivo? Dei primi tempi talmente devastanti che il resto della partita diventava quasi garbage time. A Skansi va accreditato, ad esempio, l’aver europeizzato la Effe dopo le sciagure in gara 5 di Rivers e Wilkins: di fatto, l’ossatura dello scudetto 2000 venne creata con lui, visto l’arrivo di Jaric e Karnisovas, quello di Basile, o il ritorno di Pilutti. Dieci vittorie consecutive, nel girone di ritorno, issarono la Effe ai vertici della classifica, e allora perché il ricordo risulta adesso sbiadito?

Perché un rovescio della medaglia c’è sempre, e come sempre in questi casi c’è sempre una Virtus dietro. Intanto la Coppa Italia, che i cugini (mai, cit.) vinsero in finale dopo che la Effe era stata eliminata in semifinale da Varese. Con Myers che scaricò l’ultimo tiro per, diciamo, l’uomo giusto al posto e al momento sbagliato. Ovvero Vinny Del Negro, il big NBA che a lockout ormai terminato aveva in mente solo il Marconi e il checkin per tornare di là, altro che la Fortitudo. Sdeng, ovvio.

Poi, il famoso cinque a uno per voi, con il drammatico pomeriggio di Monaco (drammatico almeno a guardarlo con occhi biancoblu) dove la Virtus vinse l’unico derby della stagione, ma discretamente – discretamente, eh – importante. E magari qualcuno in casa bianconera se lo era segnato, di come Skansi avesse detto alla vigilia che la Kinder nelle partite clou sentiva la pressione tanto, troppo. “Storicamente la Virtus nei derby, anche quando la Fortitudo era una realtà insignificante, ha sempre avuto le mutande tremanti. E’ una sfida che soffre psicologicamente”. Certo, come no, le mutande tremanti.

Infine, un dato: la Effe di Skansi sarebbe stata l’unica, dal 1996 al 2006, a non raggiungere la finale. Ed è vero che la stoppata di Marconato su Karnisovas ebbe il merito di spedire la Virtus l’anno dopo in Saporta (e chissà se questo declassamento non rese, in maniera traslata, la stagione successiva più semplice per la futur-Paf), ma chiuse anche in anticipo, con un passo indietro rispetto alle precedenti annate, il 1999. Skansi venne esautorato sulla lunga distanza, dato che tutti sapevano che non sarebbe stato confermato anche se lui per la prima parte dell’estate continuò a dire “io sto guardando giocatori, nessuno mi ha detto di non farlo”. La stoppata in gara 5 di semifinale contro Treviso, persa in casa dopo essere stati avanti di venti nella prima parte della partita, sarebbe anche stata la sua ultima panchina italiana.

Ok, forse non sarà stato il miglior allenatore della storia Fortitudo, e di certo grossi errori ne fece, ma da qui a bollarlo come bollito ce ne vuole, secondo me: anche lui, forse, è stato crisalide diventato farfalla solo a metà.

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