La verità è che se Matteo Boniciolli avesse salutato la Fortitudo attorno al 30 giugno del 2016, ora sarebbe nell’olimpo dei grandissimi. Con la sua immagine accanto a quella di Schull e il suo siamo una squadra di stronzi eletto a motto accademico del sodalizio. Perchè ricordiamocelo: in quei giorni il coach passava le sere ad ingrassare il proprio girovita con cene celebrative e a far muscoli nel portare a casa trofei figli di premiazioni da parte dei tifosi. Michel Platini capì quando fu il momento di chiudere senza sfiorire nel ricordo della gente. Qui le cose sono andate un po’ diversamente.

Diciamoci la verità: per una quindicina di mesi, Boniciolli avrebbe potuto tranquillamente proporsi come sindaco e/o vescovo che lo avrebbero accontentato, perchè i risultati gli davano tanto di quel credito dal venire accettato anche da chi poteva non avere in simpatia la sua personalità. D’altronde si era passati da Costa Volpino (cit.) a uno spareggio per la A1, con una cavalcata che aveva avuto dell’epico.

Ecco quindi l’arrivo di un coach davvero oversize (non nel senso dietologico) per la B2, le quasi pittoresche dichiarazioni settimanali sul come è possibile che quello là non giochi in A, intendendo per “quello là” qualsiasi carneade che infilava tre cesti di fila alla sua Fortitudo. E la attenzione dei media nazionali, che riscoprirono la Effe dopo un bel po’ di anni (con tanto di dirette Sky) solo grazie a lui. Ma anche la serie infinita di vittorie e la promozione in A2 arrivata quasi per disperazione. Delle avversarie, che piuttosto che affrontare la macchina da guerra bolognese avrebbero preferito stare negli spogliatoi.

E poi la stagione successiva, iniziata con gli inevitabili riequilibri del salto di categoria, gli a letto senza cena in Lucania, ma terminata con le lacrime dell’emozione dopo aver vinto gara 4 con Brescia, e con gli applausi della sala stampa: in effetti, quella partita era stata talmente bella da temere davvero per l’incolumità emozionale dei protagonisti, e da temere che, in effetti, Cenerentola avesse ballato meravigliosamente ma con l’orologio fisso sulle 23:59.

Il calo, il declino come lo vogliamo vedere, è più forse nei rapporti con certe frange del tifo (più distinti che non curva, per chiarire) e dei commentatori che non nei risultati, Qualche scelta errata nell’ambito degli stranieri, ma anche l’impressione di molte lamentele esterne figlie più di fattori personali che non agonistici. Mai banale nelle repliche, Boniciolli citò la figura del Porcellino Rosa come esempio dell’anonimo hater da social, forse sovradimensionando le pernacchie dei pochi davanti ad un apprezzamento generale di certo maggiore (e lo dimostra il fatto che, al Paladozza, di borbottii non se ne siano mai sentiti).

La nemesi è poi stata quella dell’annunciare il libro “Non è mai finita” proprio in prossimità della sconfitta casalinga, facendosi erodere il trentello di vantaggio, beccata dall’ex vice e successivo successore Antimo Martino. In una stagione dove continuavano ad esserci più vittorie che non sconfitte, ma anche qualche scelta portata avanti forse più per un impuntarsi (McCamey, tanto gentil ma poco funzionale) e la vita moderna che – lo diceva anche Ernesto Calindri – porta al logorio. E senza nemmeno un Cynar a cui aggrapparsi. Certo, l’infallibilità ce la potrebbe avere il Papa, non certo lui, e qualche difetto di costruzione c’è stato sicuramente. In particolare, almeno nel 2017, un roster troppo lungo, con sovrapposizioni e difficoltà nel trovare gerarchie. In una stagione dove già sembrava fuori tempo, visto come il sogno del gruppo preso da Costa Volpino (cit.) e portato in A era già svanito dopo Trieste. E lì ebbe ragione Jack Bonora, a spiegare la situazione: “Boniciolli è come quello che ha preso picche dalla ragazza e si butta sulle milf”

Insomma. Il Boniciolli 2.0 è poi la dimostrazione di tanto mondo Fortitudo: esaltazioni, crolli, emozioni, pianti, rabbia, ridefinizioni e chissà quali altre catarsi successive. E uno come lui non poteva salutare con una dimissione o un fine contratto: per non farsi mancare nulla ecco i problemi di salute, a prova di essere uno che per la Fortitudo, chissà, si è davvero mangiato il fegato. E se c’è un allenatore che mi immagino svegliarsi nel cuore della notte e disturbare la propria consorte perché ha immaginato un nuovo schema di gioco per il proprio ottavo uomo, è proprio lui. Tanti meriti, qualche colpa, ma anche un qualcosa su cui nessuno può dire di no: con lui, chi deve scrivere di basket ha sempre materiale, e si diverte davvero tanto. Però, ricordiamoci una cosa. Le grandi passioni estive sono difficili da trasportare in autunno, e spesso finiscono con rimpianti, rammarico e lo sporcar il ricordo dell’antica fiamma. Ma poi, a bocce ferme, ci si ricordano i baci sulla spiaggia, e non le lacrime di rabbia in stazione.

(Foto di Fabio Pozzati)

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