Alla fine inizio a gironzolare per sale stampa, primi accrediti e prime conferenze stampa viste dal vivo e non solo ascoltate per radio a partita terminata. Ed è chiaro che se il battesimo uno ce l’ha con i clinic filosofico-esistenziali (detto assolutamente senza ironia) del Matteo Boniciolli del 2001, ci sta che uno pensi di essere passato, usando terminologie care a Jack Bonora, dal bacino sulla guancia alle orge di scambisti.

L’arrivo di Boniciolli in Fortitudo fu chiaramente un segno di nouvelle vague, perché se prima si andava alla ricerca dei grandissimi, a volte bolliti a volte ancora fortemente in sella, ora si firmava un 39enne che di stagioni in A1 ne aveva fatta solamente una, quella precedente. E anche il mercato diceva cose nuove, nuovissime: se dopo le batoste la Virtus di solito reagiva alzando il tiro, qui si passava dalle aste per i migliori in Europa alla firma di un centro francobulgaro e di un fiammingo (che poi quell’anno sarebbe rimasto in parcheggio a Ostenda) per cui, quando lessi il nome nella stessa vacanza cretese di RecalHati, mi chiesi se si stesse parlando della Fortitudo o del Progresso Castelmaggiore, a prendere Evtimov e Van Den Spiegel.

Eppure, al netto di qualche peccato di inesperienza del coach (perché giocare con i tre lunghi lo si può fare se gli esterni sono Basile e Myers, non se sono l’orribile Goldwire e Milosserdov), la stagione non fu male. La prima senza Carlton, con una non scontata conferma di Fucka e con il noi ci giochiamo la faccia a mettere, forse alla gogna, il trio Basile-Meneghin-Galanda a garantire che atteggiamenti come l’anno prima non ce ne sarebbero stati. Con una Effe che era un porto di mare, specie tra gli esterni: bocciato lo psicopatico Herren, si passava dall’antidoping di Celestand all’orribile Goldwire con intermezzo del vetusto Robinson. Con Meneghin che rimaneva un mistero, e con l’arrivo in squadra di Savic: Myers via, Savic dentro. A dirlo 3 anni prima, la gente non ci avrebbe creduto.

Agli albori dei newsgroup, mi accorsi subito che Boniciolli, al netto del rendimento, era un soggetto divisivo: c’è chi ne apprezzava l’impeto e l’agonismo, ribattezzandolo quindi Jumpin’ Matthew, ma anche chi ne vivisezionava le scelte con una lente di ingrandimento mai vista prima e non accettava il suo non saper gestire l’emotività. Ciolli entrò nell’agone derbystica con la famosa battuta sul pareggio, uscendone poi con le ossa rotte dopo il tracollo del ritorno. Ma, da esordiente e con una squadra di cui scrissi nel 2002 – mi si scusi l’autocitazione – che aveva un parco esterni tra i peggiori mai visti in una finale scudetto, arrivò comunque all’ultima tappa. Stremato da una epica semifinale con Cantù, e pagando in gara1 la mancanza di un attimo di riposo. E fu subito chiaro che la gente lo apprezzava più di quanto non lo facessero gli addetti ai lavori e i decisori.

In Fortitudo, se sbagli una volta non ti viene data la possibilità di riscatto: era successo con Scariolo, con Recalcati, e anche a Boniciolli toccò la stessa sorte. Confermato più per forza che per amore, e con l’arrivo di Pozzecco che pareva davvero uno sgarbo, per la visione tecnica che aveva il coach. E, forse non reggendo il clima di sospetto, o l’arrivo di troppe critiche, Boniciolli, come si suol dire, diede di matto. Storico lo sfogo del 10 novembre 2002 in conferenza stampa, spiegando che la gente sarebbe dovuta andare alle partite per divertirsi e non per aspettare la rissa tra lui e il Poz: “Oggi mi sono salvato? Chissenefrega! Mi manderanno via? Sfiga” chiuse, firmando una condanna che aveva bisogno solo del timbro.

(qui, l’audio di quelle sue parole)

C’era chi raccontava che fosse una ripicca di Savic, che ultrapanchinato l’anno prima durante la finale ora, in un nuovo loco dirigenziale, di lui non ne volesse più sapere. In un libro di molti anni dopo, Boniciolli avrebbe parlato della corte degli abbronzati come il sinedrio che ne sancì la decapitazione.

Di certo, essere esonerato dopo un derby vinto non è roba da tutti. A lui capitò, e non era certo la squadra, non era certo Pozzecco a remargli contro, se nei festeggiamenti del post-rimonta i giocatori indossarono una maglia con scritto “Salvataggio”: non servì.

Battezzato col fuoco, anni dopo per non so quale testata (lui era ad Avellino) mi capitò di chiamarlo per una intervista. Impaurito da quello che avevo visto e sentito, e da neofita delle conferenze stampa, ero pronto ad una vagonata di insulti. “Guardi, mi dia una mezzora, mi richiami e poi risponderò a tutto quello che mi chiederà”. Piccole cose ma bei ricordi, nella memoria di uno scribacchino.

(foto tratta da Il Fortitudino)

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