Per i nostri genitori, Marco Calamai era quello con gli occhialoni che aveva sbagliato due liberi in un derby di vent’anni prima e per questo bollato a vita. Per le nuove leve, Marco Calamai era l’allenatore con i baffoni neri e la sciarpa sempre al collo con la quale quasi si stava strozzando, nel dicembre 1985, dopo aver visto la sua Pavia perdere in casa per via di un canestro da metà campo, allo scadere, di John Douglas. Ricordo immagini in cui lui cercò di nascondersi dietro la panchina per la disperazione, sotto gli occhi, in tribuna, di quello che poi sarebbe diventato il suo playmaker l’anno dopo, Dante Anconetani (Calamai e Anconetani, Calamai e Anconetani, ricordiamoceli per il futuro).

Ringraziato Lino Bruni per Reggio Emilia, la Fortitudo ripartì con qualche soldo – ancora non ufficiale – in più, e con una squadra che nasceva con tanti prestiti ma anche molto più entusiasmo di quanto non ce ne fosse stato nelle estati precedenti. La dirigenza bussò quindi alla porta di Marco Calamai, rimasto sempre affezionato alla Fortitudo, a via San Felice 103 e via discorrendo. Fatta la firma, iniziò una delle stagioni più esaltanti della storia biancoblu. Perché, dopo due anni a vedere Dallamora e Myers a portar faticosamente palla fuori ruolo, la coppia Fumagalli-Pieri pareva uscire da Marte, per quanto fosse capace di palleggiare. E l’idea di poter godere del Salvatore per tutta una stagione, e non solo per 40’ miracolosi minuti, era già motivo di entusiasmi rinati.

Quella Fortitudo era fortissima e fragilissima, fragilissima e fortissima. Partì con un precampionato molto convincente, ma anche con un esordiente ko a Modena fatto di un 38-60 al 20’ prima di una faticosa ma non completata rimonta. Ma, per qualche mese, la Mangiaebevi di Marco Calamai fu la più spettacolare macchina da canestri che la Bologna fortitudina avesse e avrebbe mai visto: i cento si superavano senza problemi, con una squadra da stracorsa e gente che faceva sempre canestro. Con il passare delle partite, però, ci si accorse che esportare il corri e tira non era semplicissimo (e ringraziare che a Marsala, ultima in classifica, arrivò una vittoria a tavolino per plexiglass rotto addosso ad Emiliano Neri: sul campo non era andata bene) e il primo posto delle prime giornate iniziò ad allontanarsi. Tanto attacco era anche poca difesa, qualcosa si ruppe nello spogliatoio e la squadra, dall’ottimo quintetto dalla panchina corta, si sfilacciò.

Calamai iniziò a sentire la pressione, anche perché le voci di mercato non lo aiutavano: un settimanale specializzato, edito dal presidente di un’altra squadra di Bologna e di colori sociali bianconeri, sparò che nella Fortitudo del futuro non ci sarebbe stato posto per lui a prescindere, e che sarebbero arrivati Alberto Bucci, Sandro Fantozzi e Andrea Niccolai. Ne avesse azzeccato uno, ma intanto la scena topica fu quella del Baffo portato via di peso, nella trasferta di Ferrara – poi vinta -, per uno svenimento da stress. Sarebbe durato poche altre partite, poi la doppia sconfitta Varese in casa e Reggio Emilia fuori (un trentello, con lo sberleffo della tripla del lunghissimo Angelo Reale e aeroplanino annesso) spinse la società all’arrivederci e grazie. Chiuse con il 60% di vittorie.

La sua storia poi racconta di cose molto più importanti che la semplice pallacanestro nei pro, e l’impegno nel sociale ce lo sta a dimostrare. Mai davvero allontanatosi dalla Furla, nel 2013 sarebbe riapparso nel difficile ruolo di Garante per la ricostruzione fortitudina, con Dante Anconetani (toh!) al fianco. Sarebbero stati più oneri che onori, ma anche qua la Fortitudo è poi una amante che tanto ti prende, e chissà quanto ti dà in cambio.

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