Devo ammetterlo, fisiognomicamente Federico Politi non mi stava simpatico. Per una semplice questione di abbronzatura extraspiaggia che non approverei nemmeno in una qualche miss, figurarsi in un allenatore. Ma il mea culpa mio nei suoi confronti va in altre direzioni, e proviamo a spiegarle.

Molto semplicemente, Politi prese il posto di Tinti perché non si sapeva bene dove sbattere la testa nell’ambito del cambio, e come si fa quando non si sa che fare ecco quindi la promozione del vice, anche se di esperienza nel ruolo di head coach della maschile non è che ce ne fosse poi tanta. A dire il vero, lui si trovò in mano una squadra molto più forte di quella avuta dal predecessore, con pesanti arrivi dal mercato e panchina più lunga. Però l’amalgama, l’amalgama… chi nasce tondo non muore quadro, e il problema del turnover a complicargli la vita. Perché in quella squadra ce n’era sempre uno da lasciar fuori, e il coach ben fece capire che lui Gabriele Fin lo avrebbe anche tenuto dentro, ma che doveva dimenticarlo in parterre perché avesse mandato fuori altri, dall’atteggiamento ben peggiore, sarebbe successo il finimondo. “Se metto fuori Fin e poi lo rimando in campo, lui rimane sul pezzo. Se mando fuori qualcun altro, poi lo perdo”, la chiave del discorso.

La squadra provò anche a risalire la china, ma contro Cento furono schiaffoni, non solo virtuali. Mentre in tribuna stampa io mi trovavo a scoprire che l’Uomo Gatto (cronista centese!) ignorava l’esistenza di Stefania La Fauci, tre volte a Sanremo, la Fortitudo di Politi perse sia al Paladozza che in casa Benedetto, chiudendo quindi la prima stagione con l’idea di non aver costruito davvero un bel niente, e di aver perso un anno. Politi, in modalità Pancotto, andò via senza rilasciar dichiarazioni, e non mi parve una bella cosa. E qualche critica gliela mossi.

Bene. In quella Fortitudo non era strano che l’entourage di qualche giocatore criticasse in modo esagerato qualsiasi 5,5 che veniva vergato alla fine delle partite, mentre Politi, malgrado le mie descrizioni, mai avrebbe dimenticato di porgere un sorriso, o un saluto. “Quel giorno a Cento non mi fecero parlare perché l’ambiente era troppo nervoso. E comunque è normale che chi fa questo mestiere possa essere esposto anche a qualche commento non positivo, basta che ci sia il rispetto”. Ok, questo perdonò anche la tintarella fuori posto, anche perché fu lui a portare le prime cure alla mia erede, tre anni e mezzo, che durante un post allenamento al Cierrebi si prese una palla in testa a causa di un mio tiro sbagliato. Politi arrivò subito, preoccupato, mentre io smorzai la tensione. “Tranquilli, sta solo caricando la scenata che sta per farmi…”, e infatti ecco l’urlo “Papà, devi fare canestro là, e non sulla mia testa!”.

Politi è rimasto in Fortitudo, in ruoli molto più adeguati di quello, rovente, che gli fu appioppato nell’inverno del 2013-14.

(Photo by Roberto Serra / Iguana Press / Fortitudo Pallacanestro Bologna)

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