Essere il primo allenatore della Fortitudo dopo l’era Repesa e, soprattutto, dopo l’era Seragnoli. In queste condizioni, nemmeno l’Altissimo sarebbe stato in grado di tirarci qualcosa, figurarsi il più mortale Fabrizio Frates da Milano (tenetelo a memoria, l’Altissimo, ne riparleremo).

Era stata una estate di radicali cambiamenti, e di inspiegabili esaltazioni davanti al nuovo patron Michele Martinelli, bravo a procacciarsi le simpatie di qualche media e, quindi, diventare Miguelon il Galactico: chiaro che davanti a qualsiasi problema le colpe non sarebbero state certo le sue, e della sua Fortitudo costruita – e per lui non era una novità – più sulla raccolta di figurine che non sul concetto massiminiano di amalgama. All’esordio, a Frates vennero fatti dei normalissimi in-bocca-al-lupo, a cui lui rispondeva con un normalissimo crepi, ma con la faccia di chi aveva già capito tutto. E quella squadra, costruita con tre play di ruolo, doppioni sparsi e nessuno a difendere, venne subito bocciata dal suo stesso creatore dopo la prima sconfitta, a Capo D’Orlando: “Squadra fighetta, senza palle ma con tanti coglioni”, la toccò piano Martinelli, e con i media a dargli ragione cosa poteva fare, Fabrizio Frates da Milano?

Sopportare, mentre ogni giorno uscivano voci di dozzine di nuovi acquisti, fino a chiudere la sua brevissima esperienza fortitudina dopo 7 partite, 4 sconfitte derby compreso, e senza quindi lasciare il minimo segno se non quello della vittima predestinata al massacro quasi senza colpe. Ma, direte voi, e l’Altissimo dove lo mettiamo?

Esonerato a novembre, Frates venne poi licenziato due mesi dopo per “giusta causa”, ovvero per offese alla Divinità (cit.): insomma, bestemmie. Il coach non la prese benissimo, ne saltò fuori una querelle giudiziaria da cui ne sarebbe uscito vincente, mentre nel frattempo quella squadra, rivoltata e ribaltata quasi ad ogni partita, finì ad un passo dalla retrocessione malgrado cambiamenti continui sia in panchina che – scoprendo poi che si stava meglio quando si stava peggio – in dirigenza. E allora, a Frates (allenatore non meglio e non peggio di tanti passati dalla Fortitudo), sono bastate davvero sette partite per finire nella storia.

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