Nonno Sakota arrivò poco dopo la fine dei baci sotto il vischio che traslarono il 2007 nel 2008, e qualcosa, in quella Fortitudo, obiettivamente cambiò. Certo, restavano alti e bassi di chi poteva vincere con chiunque e altrettando perdere con chiunque, ma almeno piano piano la classifica si aggiustò fino ad un ottavo posto arpionato all’ultima curva, vincendo a Milano nella soddisfazione di un pubblico che aveva capito il ridimensionamento e, quindi, apprezzava quello che c’era nel piatto senza esagerati accenni alla nemmeno tanto antica, ma ormai passata, gloria.

Sarebbe però sbagliato non notare che tra la squadra del Nonno e quella di Motosega c’era una piccola differenza, ovvero la presenza in campo di una guardia di ruolo, Joe Forte, che pur tra genio e sregolatezza diede all’allora Upim un equilibrio tattico che prima sicuramente non c’era. Senza infamia e senza lodi (ne riparleremo, di lodi, ma con altri significati), Sakota portò quella squadra ai playoff – dodici mesi prima avrebbe significato il mantenimento dell’Eurolega – prima di arenarsi davanti a Siena e a una fischiata di Cicoria talmente sbagliata che perfino lui, anni dopo, la avrebbe ammessa. Facile dirlo dopo, si potrebbe obiettare, ma vabbè.

I problemi nacquero poi, quando venne salutato e messo quasi alla porta per firmare Sharon Drucker, che tanto bene aveva mostrato in coppa con Ostenda. E quando iniziò una campagna abbonamenti gridando sul E’ tornata una stella!. Quale? Basile, che però dopo declinò. O la stessa Fortitudo, che in realtà mai se ne era andata. Alla fine, la stella era quella di Zoran Savic, tornato in cabina dirigenziale. Ci si poteva grattar la zucca a pensare come una campagna abbonamenti fosse stata fondata sul ritorno di un dirigente, ma il guaio fu un altro: Savic volle tenere Sakota, lasciando Drucker sedotto, abbandonato, e con emolumenti dovuti e non inviatigli. Ed ecco qui la prima volta che la parola lodo entrò nel vocabolario del basket fortitudino. La questione, tanto per capire, sarebbe stata chiusa nel 2015, e in mezzo qualcosina, qualcosina, sarebbe capitata.

Sakota quindi rimase, ma nemmeno per tanto tempo, visto che la squadra che gli venne affidata era ancora più scapestrata, intendendo come cervelli, di quella del 2006-07. Lui ci mise del suo, con un atteggiamento in panchina dove a volte ci si chiedeva se non avesse avuto bisogno di qualcuno a svegliarlo (non era nemmeno anziano, diciamo che non arrivava a 60 anni, ma non aveva qualche influencer a suggerirne il look e la postura), e poco dopo anche per lui arrivò l’arrivederci e grazie. Dopo un derby perso, per nemesi contro una Virtus che aveva Boniciolli in panchina, e con un record di 4-5 che forse, chissà, alla fine sarebbe stato anche rimpianto. Col senno di poi, chi arrivò dopo fece peggio. Col senno di poi, Sakota avrà forse acceso un cero ogni giorno a chi gli evitò di restare sul Titanic.

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