Nel 2013-14, preparando il prepartita di Fortitudo-Alessandria, andai a recuperare il nome del coach che avrebbe appunto affrontato pochi giorni dopo Bologna. Claudio Vandoni. Vandoni.. Vandoni… il nome mi diceva qualcosa, e riscoprii la storia di un eternauta che era in giro davvero da quando sulla Terra navigavano ancora i plesiosauri. Girai la cosa ad un collega di un quotidiano, molto più bisognoso di me di storie da raccontare, lo intervistò, con il nostro mea culpa per non aver seguito meglio la sua carriera: d’altra parte, le parabole di Virtus e Fortitudo, e quella di Vandoni, non avevano avuto tante occasioni di incrociarsi, in precedenza.

Vandoni sarebbe poi arrivato ad allenarla, la Fortitudo, e chiudiamo subito la questione: magari in panchina non fece chissà che cosa, ma l’ossatura della squadra che ancora l’anno dopo, in A2, tanto bene fece, fu costituita da lui e da Dante Anconetani. Nella famosa estate degli americani dell’Ohio che chissà poi chi erano, e dei giocatori fermati ma non firmati: ecco, qualche merito glielo si doveva.

Il problema, però, era il capire dove fosse capitato. Le sue conferenze stampa erano una specie di continuo tuffo nei – tanti – ricordi, ma con l’atteggiamento involontario del “io ho visto cose che voi umani…” che ci può stare ad Alessandria o in qualche altra piazza da minors. A Bologna, forse, gli si sarebbe potuto ben rispondere “ok, tu ne avrai viste, ma anche qui a Basket City non è che in questi decenni ci siamo limitati a pettinare le bambole di Myers e Danilovic…”. Sempre molto distaccato, con continui rispettosi accenni al Padreterno che, insomma, facevano capire come con lui il problema capitato a Frates non ci sarebbe stato.

In campo, era la solita Fortitudo di quel periodo, magari ben costruita ma con qualcosa che mancava per fare davvero il salto di qualità. Forse sarebbe servito qualche aggiustamento, ma forti cambiamenti dirigenziali portarono a modifiche ben più grosse, e ad uno scuotere l’albero in maniera davvero violenta, come se si volesse guastare la cosa ancor più del necessario per poi avere il pretesto per un ribaltonissimo. Lui sentì la pressione, la squadra peggiorò, e tutto andò a rotoli un sabato, a Udine.

“Non ti lamentare che giochiamo il sabato della finale di Sanremo. Magari a metà terzo quarto saremo già avanti di 20 e potrai cambiare canale”. Quel Sanremo lo avrebbe vinto Arisa, e a Udine, a metà terzo quarto, la Fortitudo di 20 lo era, ma sotto. Saltò, ma era già tutto previsto. Mai giocare una partita durante il Festival, che poi il campionato non lo si finisce, ricordatevelo, tra qualche anno.

“Fossimo nel girone Centro, la mia squadra verrebbe promossa con le infradito” aveva detto durante le prime di campionato. Non lo era, arrivederci e grazie. Ma anche lui, un mattoncino nella recente storia biancoblu, lo ha messo.

(foto Fortitudo Pallacanestro Bologna 103)

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