A volte, è solo questione di essere l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Perché il problema non è nella retrocessione, ma come ci si arriva e come questa viene gestita. Cesare Pancotto si mise sulla panchina Fortitudo facendo, di fatto, il traghettatore da una posizione di medio-bassa classifica ad un penultimo posto che forse nemmeno i più beceri virtussini avrebbero sognato, a settembre. Certo, siamo tutti d’accordo, che con i problemi societari ed economici lì sarebbe servito un esorcista o uno psicologo per tenere la squadra sul pezzo – e di squadre squattrinate ma con grande volontà ce ne sono state tante, vedremo anche nel prossimo capitolo – ma Cesare, di suo, ne mise eccome.

Qualche addetto ai lavori fece presente, maliziosamente, che essere in giro da decenni senza avere grandi vittorie in carnet poteva certo dipendere dalla non eccelsa qualità delle squadre allenate, ma anche da una capacità di uscire incolume davanti a qualsiasi critica, senza mai dire una parola fuori posto, facendosi andare bene di tutto e insomma, ci siamo capiti. Mentre la baracca crollava, Pancotto si presentava alle conferenze stampa senza mai accennare a nulla di quello che veramente stava succedendo, come a focalizzare sul bello o cattivo tempo durante un terremoto, o fermarsi ad osservare una vetrina mentre per strada esplodono bombe. Il suo era un continuo riferirsi a biglietti da strappare, non si sa bene per quale cinema: e, alla fine, non fu la Fortitudo ad andare al cinema, ma il resto del mondo cestistico che si mise in platea, popcorn e patatine, ad osservare le comiche.

Lasciando scorrere il dramma come se nulla fosse, senza riuscire a dare scosse emotive ad una banda di mercenari che forse nemmeno tanto erroneamente poteva dire che della Fortitudo gliene fregava il meno possibile, se intanto il bonifico non arrivava, Pancotto ai miei occhi rimane quello che, dopo la sconfitta di Teramo che chiuse la storia della Fortitudo in A1, avrebbe dovuto presentarsi in conferenza stampa, anche solo per rispetto dei giornalisti arrivati in Abruzzo e costretti per forza di cose a lavorare in condizioni ambientali atroci, e dire “ok, mi dispiace, ma sapete benissimo in che situazione abbiamo lavorato. Stipendi non pagati, allenamenti a sprazzi, promesse societarie non mantenute”. Non lo avrebbe giustificato, ma era quello che andava detto. Invece, se non fosse stato per qualcuno della società a dirci che Pancotto non avrebbe parlato, oggi dopo 11 anni saremmo ancora al Palascapriano in attesa delle sue parole.

Ovvio che nel maggio del 2009 i guai erano ben altri, che non aspettare le dichiarazioni del Bigliettaio, però così non si fa.

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