Duemila anni fa, palestra scolastica del Serpieri. Il Corticella affrontò e sconfisse la Salus (affiliata Fortitudo) 64-61: lasciando da parte che il cesto finale sia stato il mio, per puro caso, quella vittoria ebbe due cause. Certo, la Salus rimaneggiata di un sabato pomeriggio senza passerotti ad andare via, e il bidello della scuola che aveva lavato il campo nella zona sbagliata, per cui ai nostri avversari, nell’ultimo quarto, sarebbero serviti i pattini per arrivare a canestro. “Al ritorno poi ne parliamo”, ci dissero gli imbufaliti avversari: mantennero la parola, e fu 24-98.

Un po’ di anni dopo, l’allenatore che ebbe l’onore di farsi battere da un bidello e da un mio canestro accettò di firmare per la Fortitudo e provare a riportarla in A1. Anzi no, in A2, perché nel frattempo capitò quello che tutti ricordiamo capitò. Ma Alex Finelli restò: un po’ per riscattarsi davanti ai miei occhi, un po’ – soprattutto, eh – perché, come disse, “La Fortitudo mi ha dato tanto, e ora che ha bisogno è giusto che dia anche io qualcosa”. Ecco quindi il 2009-10, la stagione forse più surreale, ma anche romantica, mai vissuta dal sodalizio biancoblu.

Fu chiaro fin da subito, purtroppo, che quella squadra giocava davvero per amore solo per amore, dato che il risultato sul campo sarebbe stato ribaltato dalle nefandezze societarie, ma Finelli fu bravissimo nel tenere unito l’ambiente, i giocatori, e far loro capire che c’era una piazza a cui dare l’ultima gioia. Poi ovvio, un conto è provare a farlo con gente di passaggio come gli americani dell’anno prima e un conto è farlo con italiani spesso nati e cresciuti in Fortitudo, ma non tutto è poi così scontato. Oltretutto, Finelli fu molto chiaro, con la stampa: dovesse capitare qualcosa a livello di stipendi non pagati, ci allertò, io mi impegno a non nasconderlo. E infatti così fece, chiamando noialtri cronisti uno a uno, un tardo pomeriggio, presentando un comunicato che lui e la squadra stava per emettere.

Il clima rischiava di compromettersi, e all’unico inviato in trasferta, per un Omegna-Fortitudo un sabato sera, Alex disse più o meno “Hai la moglie incinta di cinque mesi, ma ti sembra portarla a vedere ‘sta robaccia?” dopo una partita persa e chiaramente influenzata dalle dinamiche degli stipendi. Altrimenti, Finelli era un grandissimo comunicatore, forse un po’ troppo impostato (era uno che, a parer mio, anche a dover chiedere un etto di prosciutto al salumiere si sarebbe prima preparato il discorso e poi tirato fuori dei bigliettini di appunti) e grande nell’ironia quando, nei prepartita del sabato, in attesa di un cronista professionista del ritardo (non io, sia chiaro), si metteva a leggere pezzi tratti dal blog di un suo giocatore.

“Siamo scarsi ma compatti”, dicevano i suoi panchinari, e proprio quella compattezza portata fino all’ultimo tiro di Malaventura, a Forlì, permise alla Effe di dare una gioia tanto effimera e inutile quanto esplosiva alla propria piazza. Quel giorno, in Romagna, nessuno si illudeva di poter dare un seguito a quella avventura, ma Finelli meritò l’applauso di tutti. Anche se…

Due, le colpe che devo per forza di cose attribuirgli. Intanto, una sera a Lucera, durante la trasferta di San Severo, quando in una gelateria disse a noi che eravamo con lui “Dai, stasera offro io”: una volta appurato che il suo bancomat qualche soldo ce lo aveva – a quei tempi per i tesserati Fortitudo non era poi così ovvio – mi misi a svaligiare il locale, ingurgitando profiteroles finendo poi con spasmi intestinali di dubbia moralità. Poi, l’aver avuto in squadra, sia quell’anno che poi un po’ di tempo dopo in Virtus, il più grande centro della storia del mondo, Franz Quaglia, e non averlo saputo valorizzare. Certo, si trattava di gelosia davanti al talento, ma la cosa è imperdonabile. D’altronde, da chi in giovane età si era fatto battere da un mio canestro, cosa ci si poteva aspettare?

(Foto originale del profiterol, 2010)

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