Ci fossero stati i social, a fine settembre 2004, ci sarebbero state vesti (virtualmente) stracciate e altri improperi, a commentare una Fortitudo che in precampionato, contro Reggio Emilia, ne prendeva 34: il sinedrio dei Porcellini avrebbe parlato di un Repesa – peraltro quel giorno influenzato – bollito, di un Basile rimasto ad Atene, di un Douglas inutile e di squadra tutta sbagliata. E i commenti si sarebbero ulteriormente incattiviti quando, poco dopo, all’esordio in campionato, quella Climamio venne suonata a Cantù, chiudendo con un grazioso 1/25 da tre punti. La stagione, ricordiamo, andò in ben altro modo.

Oggi i social ci sono, e i giudizi dopo la gara di ieri sono andati, gentilmente, dal ritiriamoci come Roma lo scorso anno che facciamo più bella figura ad una serie di rabbiosi epiteti su come tutto sia sbagliato, e che la retrocessione è già certa, come no. Sia chiaro: la prima al Paladozza non è stata di quella da raccontare ai nipoti, almeno per quanto visto sul campo, ma questo è il mondo odierno, e forse ha ragione chi fa presente come i social, appunto, non siano l’apoteosi della serenità.

Perchè giudicare la Fortitudo, oggi, sarebbe come valutare il futuro di un essere umano dopo l’ecografia secondo trimestre: troppo il ritardo nella preparazione, per trarre conclusioni e bocciature. Certo, da quanto visto è chiaro che si sono materie su cui si dovrà lavorare più che altre (la regia, soprattutto: Vitali è stato timidamente sondato e ha chiesto tanto, ma è giusto cercare rimedi quando Fantinelli è ancora fuori e l’islandese è arrivato da una settimana o quasi?), altre che invece sembrano promettenti (Ashley, soprattutto), altre ancora a quella sigla che si dà, nelle pagelle, quando non ci sono basi per dare voti. Ovvero NG.

Vero, lo scorso anno già in Supercoppa si notarono problemi che si sarebbero poi dimostrati atavici, quando cioè Sacchetti, alle prime uscite, sottolineava la mancanza di voglia di lottare e altre piccole cose nelle quasi si doveva leggere tra le righe, questi non ne hanno voglia. Ma ieri la squadra non è sbracata per assenza di attributi: solo, i giocatori sono sembrati appunto una squadra solo perchè avevano addosso la stessa maglia. E nessuno se ne sarebbe accorto, se ‘ste gare venissero valutate per quello che sono, ovvero allenamenti di precampionato, e non avessero un tono di ufficialità davvero inutile e immaturo. Un tempo ai primi di settembre si giocavano torneini utili per allungare le stagioni estive di località balneari, e i risultati apparivano sui giornali solo per la bulimia di voler scrivere qualcosa a tutti i costi. Oggi, invece, siamo già alle dirette e ai play by play di partite che, davvero, andrebbero giocate a porte chiuse e valutate come scrimmage e nulla più. Quindi ci sarà modo e maniera di criticarla, questa Fortitudo, se e quando perderà partite di campionato e quando casomai non si dimostrerà pronta in tempi di due punti in gioco. Ma adesso, davvero, sarebbe ingeneroso. O forse solo da leoni da tastiera.

Per il resto, bello il ritorno al Paladozza: controlli di Green Pass all’ingresso, un po’ meno su chi teneva correttamente la mascherina sugli spalti – e non solo – e ambiente dove, pure senza Fossa, è stato piacevole riascoltare suoni umani sugli spalti e non, solo, il rimbalzare della boccia come era alla Unipol lo scorso anno. Quasi un’emozione sentire gli applausi dopo una palla recuperata o dopo un canestro, e alla fine la gente ha incoraggiato la truppa, senza scaricare rabbie o frustrazioni come in altri luoghi virtuali. Forse, davvero, la realtà è sempre meglio delle tastiere.

(Foto Valentino Orsini – Fortitudo Pallacanestro 103)

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