Si era partiti con alti e bassi di precampionato (epica una randellata in quel di Reggio Emilia), dubbi sul roster privo di ala piccola e forse scoperta sotto canestro, e con una sconfitta a Cantù che fece dire a Repesa “siamo corti” e storcere il naso a Savic. Si termina con giro di campo, trionfo cesareo e scudetto sulla maglia. In mezzo, una stagione di tanti piccoli terremoti, come li ha chiamati Repesa, ma anche tanta solidità mentale, progressi dei piccini e conferme dei grandicelli. Infine, un playoff dove finalmente non sono tremate mani, gambe, e quant’altro. Il mondo italico non ha rispetto per i secondi classificati, si diceva. Bene: ora, c’è una squadra scudettata da applaudire, di un successo che forse fa risplendere di luce nuova anche le precedenti esperienze. Tante sconfitte in finale, si diceva prima; una incredibile continuità al vertice, si può dire adesso. Con un fatto nuovo: a volte, anche la Fortitudo vince. Con questi uomini.

Rombaldoni – Si potrebbe dire “toccatelo, porta fortuna”. Con limiti e senza avere numeri da fenomeno, è bravo a trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ad Atene in estate come in Fortitudo in primavera. Rendimento faticoso, tra inizi in ruoli non suoi e finali zoppicando dentro minuti cadutigli addosso. A volte talmente negativo da far nascere una specie di affetto per il Brutto Anatroccolo, troppo squinternato per essere vero. 2pti, il 27% al tiro totale (e un interessante 1/17 da 3 nei playoff). Ma anche una doppia cifra in gara 3, quando l’acqua sembrava terminata.

Basile – Avuti da tempo galloni di capitano conquistati sul campo e non imposti da editti divini, è ad un punto della carriera in cui, a Bologna, può fare quello che vuole. Anche dare ordine di seviziare chi, a Milano, non voleva fargli strappare la retina della vittoria. Buttata nel cestino qualsiasi discussione sul ruolo, ormai in campo sa dove mettersi, cosa fare e quando. Non uomo da percentuali (37,5% al tiro totale, solo il 32% da 3), ma andate a chiedere a qualsiasi tifoso F a chi vorrebbe fosse lasciato il tiro della vita. Ignoranza ormai elevata a luogo comune, come la zona Cesarini o la 1-3-1 di Peterson, punta al ruolo di fortitudino del secolo. 11.5pti di media partita, secondo scudetto.

Mancinelli – E’ un compositore che ha pronte 50 canzoni, ma non ha ancora deciso quali raffinare e mettere sul CD da incidere. Sa fare un po’ di tutto: difendere, stoppare, correre, penetrare, passare, prendere rimbalzi, tirare. Nulla però è ancora un punto di riferimento, un qualcosa su cui la squadra possa fare affidamento ad occhi chiusi. Toccati i 20 minuti di media a sera, è stato capace di essere decisivo con palloni recuperati, tiri liberi, anche triple. Ora, serve continuità, il picco della doppia cifra (per ora siamo a 7.5, rispetto ai 5.1 dello scorso anno) e una preghierina: con quel fisico, che cerchi di schiacciare ad ogni possesso, senza andare alla ricerca della pigra e ancora incerta (malgrado il 35.2%) tripla.

Cotani – Sperduto tra infortuni e nuvole fantozziane che ne hanno oscurato il volto, ci si ricordava di lui solo nello scrivere i tabellini. Dopo una dozzina di minuti giocati in totale, Repesa si affida alla sua fisicità per dare maggior vigore alle spallate anti Roma. Ne esce fuori bene, quanto basta per sentirsi integrato nel gruppo e poter dire che questo scudetto è anche un po’ suo. Solo auguri, per chi quest’anno ha potuto sudare, in campionato, solo 63 minuti.

Smodis – Il Savic del 2000, per impatto sul campo e leadership. Pur continuando a non giocare carriolate di minuti (22.3, dato pressochè identico alla scorsa stagione), cresce in punti e rimbalzi, in presenza quando serve, in tenuta mentale e fisica: saranno state le minacce di multe, ma quest’anno sono state più le alzate di ditino, per quanto non convinte, che quelle di testa ad ogni fischiata dubbia. E forse il sospetto che fare il salto della quaglia, dopo Frosini e Jaric, porti bene – come si evince anche dal nome successivo. Fa 12pti, 5.5 rimbalzi, e un ringraziamento di tutto il mondo F all’uomo di Riale.

Belinelli – Cresciuto da un fratello maggiore che lo ha tirato su come i migliori sergenti slavi, non ha paura di niente, e porta a spasso la sua faccia quasi di plastica in qualsiasi situazione. Jolly che può difendere, portare palla e imitare Basile alla voce Tiri Ignoranti, deve solo crescere nell’impatto a rimbalzo (non arrivare ad uno di media partita, con la sua elevazione, è un crimine) e nella scelta delle soluzioni: il mondo italico lo vorrebbe sempre attaccare il canestro, senza confinarsi nella trasparenza e incompletezza del tiratore da fuori. 6.5pti di media (8 nei playoff), 17.3 minuti che praticamente raddoppiano il dato dello scorso anno. E la speranza che tenga i piedi saldi per terra, almeno fuori dal campo: sul parquet, gli è dato di volare.

Bagaric – Arrivato con pessima fama fuori dal campo e anni di ruggini in panchina, inizia male con rendimento scarso e squadra che sembra zavorrata dal tentativo di integrarlo. Si mette a disposizione del gruppo, con faccia allegra e voglia di lavorare, migliora e alla fine gioca una finale di grande maturità, conquistandosi tutti i minuti avuti. Da Vrankovic a Bagaric, evidentemente avere un 11 alto alto e croato è una polizza di sicurezza. Da rivedere su questi schermi, con convinzione cresciuta insieme al suo perno e gli assist. 14.8 minuti che danno 4.6pti e 4.5 rimbalzi.

Pozzecco – Icaro che volle volare troppo vicino al sole e cadde. Come nel dopo scudetto di Varese, crolla nel dopo festeggiamenti olimpici. Forse, andato in forma troppo presto dopo le fatiche partenoniche, scoppia in inverno tra infortuni e polemiche (in primis, gli spintoni di Siena). Non recupera, e vede aumentare il nervosismo e la frustrazione in modo inversamente proporzionale al rendimento e al minutaggio. Scompare nel girone di ritorno, fino agli spifferi che lo portano alla defenestrazione. Dopo i successi dell’Italia del ’99 e ’03, altro boom senza di lui. 14.3min e 5pti di media, occasione sprecata di un secondo successo.

Vujanic – Strappato dal campo sul più bello, dopo una stagione di splendori e cadute. Atteso ad una crescita al suo secondo anno di Italia, cala di un punto le segnature (14.3), le percentuali (45.7%), aumentando invece le perse e le lamentele di chi lo vede solo palleggiare, palleggiare, alla ricerca di idee che non vengono. E’ da rivalutare non solo il suo stato contrattuale, ma anche cosa vuol fare nella vita: per dirigere, serve una bacchetta di tutt’altro spessore; per diventare point guard, la strada è questa. Non ha colpe se forse lo si è sopravvalutato all’inizio, perchè tra lui e Djordjevic – a cui era stato appaiato – ce n’è di differenza, eccome. Servirebbe un frullato di attributi a rimpinguare l’ottima capacità di far punti. Che lo ha fatto comunque essere il miglior marcatore della squadra scudettata.

Rancik – In alto i cuori. Parte con il botto (ventello immediato nella prima), e mantiene grande qualità nei momenti delle esaltazioni autunnali. Quando inizia ad afflosciarsi, ecco i problemi cardiaci. Riappare nel finale, per mettere mattoncino non indifferente. Attaccante valido, fin troppo intraprendente, ha limiti – conosciuti – in difesa. Simil-Mottola a prezzi decisamente più convenienti, si è alternato con Lorbek nel rendimento. Senza infamia e con svariate lodi, archivia 8.6pti e 3.8 rimbalzi (erano quasi 6 nel girone d’andata). Tutto sommato, più che positivo.

Lorbek – Dopo gli intrighi internazionali che lo vedevano quasi partente verso la Transalpe, snocciola un campionato di grande impatto invernale, con una Top16 da urlo e i premi come miglior giovane. Mani di velluto e movimenti sotto canestro che quasi non si vedono più, gli servirebbe la scopa dietro la schiena brevettata da Binelli per rinforzare spalle più da Stanlio che non da omone d’area. Ma, là sotto, è tra i migliori della sua annata, e bravo chi lo ha scovato. Cala nel finale, ma stava andando veramente oltre i limiti di velocità, e chiude con 7.2pti, 4.8 rimbalzi e 22 minuti.

Piazza – Un canestrone a Madrid a mostrarne la voglia di provarci. Un tempo i giovincelli entravano nel garbage timidi e con paura di palleggiarsi sui piedi; ora lui e i compagni d’asilo provano subito le schiacciate volanti. Sarà curioso vedere cosa ne uscirà fuori, davvero.

Douglas – Dopo “the Shot”, se dicesse che non gli piacciono le due torri, qualcuno che gliele butterebbe giù per farlo felice lo troverebbe. Un novello Salvatore, altro che Serpentaro. Prima, una stagione particolare, con poca continuità, tiro che va e viene, e non sempre una difesa sulle gambe come servirebbe. Ma anche punti, rimbalzi (il migliore in valore assoluto, con 219, 5 di media), e alcuni frammenti in cui perdonargli sia il parrucchiere assassino che la saurofilia. 13pti di media, ovvero 570+3. Piuttosto che andare alla ricerca di un ennesimo esterno USA, perchè non riprovare su chi è già ambientato, conosciuto e, soprattutto, adesso, idolatrato?

Repesa – In attesa di sapere che terre batterà, questa è anche la sua vittoria. 66 partite, un’Eurolega da 16-4 che lo elimina comunque, e la vittoria finale. Arrivato nel caos del dopo Boniciolli, tiene due anni di serenità prima di ingastrirsi nelle ultime curve. Terremoti, dirà, e la scelta di castrare Pozzecco che viene digerita bene dal pubblico, ma che lo mette in una condizione precaria davanti ad altri occhi. I risultati parlano per lui, come le crescite dei giovani e l’amore del pubblico. Entra nella storia della Fortitudo dalla porta principale, e a tanti non dispiacerebbe goderselo ancora un po’.

Società – Partita con navigatore satellitare senza una meta ben precisa, la Fortitudo ha saputo per molti mesi fare quadrato nel modo migliore, ed uscire con cicatrici alfin risibili nei momenti di polemica. La scelta di credere sui giocatori estivi, a parte l’inserimento di Rombaldoni e la fumata nera di McCaskill, ha pagato: nessuno stravolgimento, anche quando da più parti si chiedeva qualcosa di più energico là sotto, e qualche certezza di più nel reparto esterni. Con gerarchie definite tra i veterani, e giovani invidiati non solo da questa parte dell’oceano, ora il difficile sarà restare su questa strada.

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