Di bicchieri si deve parlare: il mezzo pieno della incredibile continuità ad altissimi livelli, o il mezzo vuoto dell’ennesima finale persa? Eterna fidanzata che vede il partner fuggire via ad ogni proposta di matrimonio, roba che nemmeno Marta con Lupo Alberto, questa volta la F ha di che rammaricarsi: perchè con Milano sembrava che il sortilegio fosse stato abbattuto, e con questa Benetton le possibilità di convolare a nozze erano più corpose di quelle del quadriennio 2001-2004. Poi si potrà giustamente dire che il gruppo non era stato costruito per dominare, che quando si perdono i big per andare su scommesse non si può puntare alla posta grassa, ma restare con un palmo di naso dispiace sempre. Alla fine, il platoon system ha pagato fino alla penultima curva, come tante altre volte. Questo dopo una stagione iniziata con qualche zoppia esterna, aggiustata con un eccellente girone di ritorno; ma, senza certezze esterne (solo Roma e Biella le playoffate violate), sia in campionato che in Eurolega è bastato un unico colpo a vuoto interno per mandare tutto all’aria. Figli della gioventù di alcuni, dell’inesperienza ad alti livelli di altri, e della stanchezza finale di tutti. Ora, una estate in cui sarà da vedere se il mercato sarà fatto o sarà subìto.

Rombaldoni – Rimasto quasi a dispetto dei santi, e immediatamente scalzato Fultz dal ruolo di cambio regia, si fa valere prima di scassarsi a metà stagione. Peccato, perchè le cifre (un roboante 61% da 3, per intenderci) lo stavano premiando, e sul campo nel suo piccolo si faceva sentire, riposando Garris e togliendo da altri il peso della gestione. Anche perchè, alla fine, non è stato sostituito.

Mancinelli – Alla stagione della svolta, con ruolo di titolare e capitano, un imprevisto passo indietro. Saranno stati i mille acciacchi, la pressione, un certo tourbillon sul suo contratto, sarà stata anche la difficoltà di giocare sistematicamente da numero 3, ma le cifre dicono tanto: minutaggio e punti invariati, ma percentuali in netto calo (43%), con la ciliegina avariata del tiro da 3 (25%, su troppi tentativi). Ma, se in attacco si poteva prevedere qualche patema, vista l’assenza di punte che gli potevano aprire la strada, sono le cifre di destra ad essere ancora più significative: da 4 a 3 rimbalzi di media, meno attivo nel saldo perse-recuperate, e un curioso dato nelle stoppate: da 25 a 5. Prova che il passo del gambero c’è stato su ogni centimetro quadrato. Come se, privato dei secchioni che gli passavano il compito in classe, le idee si fossero immediatamente confuse. A lui, ora, capire se nella vita vuole tornare a volare immediatamente, o se vuole fare il Damiao, che dopo gli applausi da under perse esplosività alle prime vere curve della carriera.

Becirovic – La prima notizia è che può giocare, anche con continuità (terzo minutaggio di squadra), quando due anni fa sembrava già miracoloso che camminasse. L’ultima, che è stato l’ultimo ad arrendersi, in gara 4. In mezzo, i problemi di chi non è ancora abituato a bilanciare i propri slanci offensivi con le necessità della squadra. La metafora più utilizzata è stata quella di chi calcia il secchio del latte appena munto: dopo una magata, dietro l’angolo c’è sempre stata una forzatura, una palla persa, un errore difensivo. Tutto figlio, forse, dell’inesperienza a questi livelli (avuta, in verità, solo in un unico anno virtussino, quasi un lustro fa, e con ben inferiore posizione gerarchica). Sgrezzarlo, per riavere un vip del campionato: obiettivo, raggiungere quota 1 nell’OER. Intanto, chiude con 12.5 punti e il 41% al tiro.

Belinelli – 20 anni, 13.2 di media, leader di squadra sia in campionato che in Eurolega. Lo spazio in squadra c’è, e lui lo sfrutta benissimo. Non con continuità, invero: capace di fiammate mostruose (Roma e Biella in campionato, i 34 contro Napoli nei playoff) come di momenti di sonnolenza, con un talento adolescenziale che è fatto di tempeste e smarrimenti. La squadra si fida e lui risponde quasi sempre, insomma. Compiti per le vacanze? Non limitarsi al tiro da 3, che è buono (41% su quasi 7 tentativi a gara), ma che non deve farlo sedere sugli allori: l’attacco è fatto anche di penetrazioni, falli e tiri liberi lucrati, opportunismo. Prenda un DVD di Mario Boni, per capirlo. Obiettivo: arrivare ad avere una valutazione superiore ai punti segnati, e il mondo sarà suo.

Diawara – Quello che non ti aspetti. Arrivò in maniera quasi carbonara, prospettato come atletico grezzo quando ci si aspettava un esterno bombarolo. Iniziò con panca, a far pensare “ma a che serve?”. Poi, passo dopo passo, tripla dopo tripla, balzo dopo balzo, è diventato un idolo immediato, con mano quasi perfetta all’inizio, per poi tornare umana poi (ce n’è comunque per un 54% con doppia cifra di media). Iniziale sprone a Mancinelli, gli ha letteralmente tolto via la sedia da sotto, con una voglia di fare ed un sorriso che lo ha reso un acquisto azzeccatissimo.

Garris – Forse non si aspettava di dover reggere il peso della regia, dell’attacco e della difesa, ma visti anche gli infortuni il suo minutaggio nel girone di ritorno ha sfiorato i 30 di media. Dopo un difficile passaggio a vuoto invernale (più minuti, percentuali imbarazzanti), resta negli occhi la clamorosa serie con Napoli, a prova che il talento per stare ad altissimo livello c’è. Avrebbe però avuto bisogno, forse, di compagni con l’autorità e la leadership che non sono nel suo DNA di eccellente gregarione, problema che ha avuto anche Nate Green. 9 di media e il 45% da 3 in chiusura.

Bagaric – Se l’NBA è tornato a guardarlo, dopo averlo fatto incancrenire in panchina e poi ripudiato, vuol dire che qualcosa di buono lo ha fatto. Arrivato lo scorso anno come giocatore da ricostruire, la crescita si è vista, anche se gli spazi per andare oltre, con quel suo fisicaccio, ci sono. La gestione dei falli, intanto, per aumentare un minutaggio che non arriva ai 20 di media; quella dei nervi, per non cadere in provocazioni (quei gomiti alti, insomma…); infine, una concentrazione da spargere lungo tutto l’arco del match. Perchè di centroni come lui non ne esistono più, e la cosa andrebbe sfruttata. 8+5 di media e 61% al tiro, le cose migliori le ha fatte in Europa, dove ha sfiorato la doppia cifra.

Green – Dopo la telenovela che ha ritardato il suo arrivo sotto le grinfie di Repesa, l’inizio di stagione è quasi da top scorer, cosa che non gli era chiesta nemmeno ad Avellino. Con il passare delle settimane, complice anche un infortunio, il suo posto nelle gerarchie offensive è calato, e forse alla fine non è riuscito a dare quell’ordine in attacco che poteva servire. Nelle cifre di destra fa il suo (leader di squadra nei recuperi, terzo negli assist), come tanti altri fatica nei playoff, dove è più faticoso buttarsi dentro e diventa quindi più difficile sopperire all’andirivieni di un tiro da fuori non garantito (31% al tiro totale, era 47% in regular). Alla prima esperienza ad alto livello, ha dimostrato comunque di poter stare al tavolo.

Watson – Iniziale bidone aspiratutto, capace con il suo volto imperturbabile di entrare, ramazzare qualsiasi pallone vagante e di tornare in panchina senza dire beo, è stato a lungo la sorpresa dell’anno. Con una media di rimbalzi al minuto da leader della classifica, chiude però con un playoff in calo (4.8pti, erano 8.8 in regular, 42% al tiro quando era 63%) che ne macchia un po’ la stagione, comunque brillante. Ma, quando il gioco si fa duro, la tecnica e i centimetri non sono da top dei top: sui secondi non ci si può far nulla, sulla prima lo spazio per lavorare c’è. 7.6 rimbalzi in 20 minuti di media a sera sono un buon punto di partenza.

Ress – Arrivato dal tonfo di Pesaro, offre subito un contributo quasi inatteso (4.5 di media nel girone d’andata), prima di immolarsi davanti all’arrivo castra-minuti di Diawara. Esce dalle rotazioni nei playoff (dove gioca solo 62 minuti totali), ma mostra di poter stare a questi livelli. Agonisticamente più giovane dei suoi 26 anni, può fare ancora meglio.

Lorbek – Vede cifre in crescita rispetto all’anno scorso, anche se sulla strada è chiara la frenata nel corso della stagione (11 di media nel girone d’andata, 7 in quello di ritorno). Tra problemi fisici, e forse qualche patema dato dall’incombente paternità, si è via via perso quel giocatore che dava tecnica in area e precisione da fuori, e nelle ultime battute il senso del nè carne nè pesce, titolare vincente o corollario, si è sentito. Serve ancora un passo, l’imparare l’arte della busseria in area, per farne un giocatore ancora più incisivo di quello che, scorso anno, venne premiato anche in Eurolega.

Fultz – All’ennesima prova affaticata di cercar spazi in Fortitudo, dopo 63 minuti giocati in campionato e un poco incoraggiante 3/15 al tiro viene nuovamente spedito in prestito, questa volta a Teramo. A un bivio, forse è il momento di tagliare il cordone ombelicale e inziare a camminare con le proprie gambe, al livello giusto.

Kommatos – Parte sbadigliando, termina con l’infamia del taglio dopo non aver dimostrato praticamente nulla. Pochi minuti, brutto atteggiamento, storie che si sono poi ripetute in Spagna, dove era andato a cercar ostello.

Repesa – Oscar della resistenza su una panca ballerina, alla fine resterà negli occhi la sua stanchezza dopo l’ultima partita. Con una squadra depauperata dei big, e con tante scommesse, è riuscito a mantenere un livello forse non previsto inizialmente, ma nei playoff la mancanza di leader e di esperienza si è sentita: opaca Biella, troppo sofferta Napoli, e una Treviso nata con un handicap iniziale non recuperato. Ora, sarà da vedere se le ambizioni personali andranno d’accordo con i cordoni della borsa. Ma, in questi anni, ha fatto davvero tanto.

Società – Fortitudo University che ha trovato crescite esponenziali in alcuni soggetti, e rallentamenti in altri. Trova il suo pubblico costante, grazie anche alle oculate promozioni in abbonamento, e mantiene una continuità nel bene (in finale ci si arriva sempre) come nel male (in qualche modo si perde comunque). In attesa che le turbolenze di mercato diano inizio ai pettegolezzi da ombrellone, se le medaglie d’argento facessero bacheca, servirebbe un hangar.

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