Ci si complica un po’ la vita, in casa Fortitudo, andando a vincere una partita in maniera larga al 32’, facendosi recuperare fin troppo (Jesi sbaglia il possibile pareggio dopo essere finita a -18) e poi dovendo ricordarsi come si gioca per evitare uno sprint che sarebbe stato davvero imprevisto. Quasi ci fosse eccesso di fiducia nella propria lunghezza di roster, che di fatto può squadernare 10 giocatori 10 con minutaggi da 11 a 30, mentre gli avversari in campo ne possono mandare solamente 8, tre dei quali quasi con il divieto di andare in panchina. Così è normale provare a strozzare Jesi sulla lunga distanza, meno normale pensare di averla vinta con troppo anticipo: cose su cui lavorare, specie perché nel momento peggiore la Fortitudo non solo ha difeso in maniera rivedibile, ma ha anche perso la testa in attacco, dimenticando il concetto del passaggio. Ecco quindi qualche stoppata presa, qualche contropiede lasciato scappare. Peccando, quindi, di indigestione anticipata.

A guardare il bicchiere mezzo vuoto, ecco segnalare i tanti rimbalzi d’attacco concessi (16, ma almeno cifra azzerata nell’ultima frazione), figli forse della fisicità degli esterni avversari che hanno fatto 21 di coppia più con i muscoli che non con i centimetri. Poi, il problema della cattiveria, specificato da Boniciolli nel finale: qualcuno potrebbe definirlo imborghesimento, se vogliamo. Di certo, una squadra che fa 35-14 nei primi 12’ del secondo tempo non può poi doversela andare a rivincere in questo modo. Sono cose che in casa possono anche essere permesse, ma che spiegano forse il perché, in trasferta, ogni tanto si esce con le canoniche pacche sulle spalle ma non con la vittoria. Forlì, ad oggi senza tifosi, spiegherà tanto.

Shine on you crazy diamond – Legion che ha segnato tanto senza dover tirare tanto, anche se l’impressione è che, andando a cercare subito lui e Knox, gli italiani ci mettano più tempo del solito ad attivarsi. Poi gli sprazzi di Montano e Italiano.

Another brick in the wall – Passettino indietro per Ruzzier, Candi che non trova più il canestro e deve cercare di rendersi utile in altro modo. Poi, come detto, la bambola dell’ultimo quarto.

(foto Fabio Pozzati)

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