Con il rompete le righe dell’area tecnica si chiude la stagione agonistica della Fortitudo, iniziata a fine agosto scorso con festeggiamenti per giocatori dimagriti e buone sensazioni ma anche sfondoni in Supercoppa (praticamente mai in partita nelle 4 gare giocate tra Venezia e Reggio, e in alcuni casi trentelli evitati solo per altrui bontà) e terminata come tutti sappiamo. All’epoca si parlava di squadra in ritardo di condizione e attesa per qualche rientro, in realtà avremmo scoperto che c’erano tare impossibili da aggiustare, pur cambiando metà squadra e, dopo 40′ di campionato, anche l’allenatore. Dopo, una annata in cui non c’è mai stata una fiammata, nemmeno quel classico delle squadre retrocedende (ne parlava lo scrittore Gianluca Morozzi in uno dei suoi tanti ottimi libri sul calcio: anche la peggiore del lotto ha sempre un momento in cui ci si illude di aver trovato la quadra, e poi ci si sveglia disillusi): retrocessione senza un lampo, senza una scintilla, nulla.

Squadra del tutto chiamata fuori dalle contestazioni – peraltro molto sottili e senza virulenze apparse a volte negli scorsi decenni – così come lo staff tecnico, rottura tra la tifoseria e i vertici. Ora inizia la lunga marcia verso quello che sarà, con proprietà che non sembra intenzionata – o incentivata da nuove proposte – a cedere la mano: ci potrebbe essere il passaggio da Melloni a Tamburini, si aspetta ancora da un bel po’ il nome dei nuovi soci e di chi dovrebbe prendere il posto di Pavani, mentre tutti garantiscono che l’iscrizione alla prossima A2 non dovrebbe essere un problema. Ci crediamo, anche se si capirà che visti i faraonici precedenti, tanto tranquilli non dormiamo.

Poi si parlerà della prossima squadra, considerando che quasi tutti gli attuali presenti saranno svincolati e che l’anno prossimo, in A2, di stranieri ce ne saranno due e riga. Quindi occhio su chi tra gli italiani potrebbe essere ripresentabile: poca roba, si direbbe, forse i soli Fantinelli e Borra (che nella seconda serie sempre bene ha fatto), ma qui si sa che gli incroci tra interessi e necessità la faranno da padrone. D’altronde, dopo aver sbagliato più o meno tutti i giocatori di questi ultimi due anni, è difficile avere fiducia, a meno che i cambiamenti non siano reali, e non soltanto degli spostamenti di pedine. Per ora, l’unico dimissionario reale è stato l’ufficio stampa Andrea Tedeschi: per gli addetti ai lavori, una perdita non da poco. Uno di quei pochi casi in cui la fortitudinità richiesta da Teo Alibegovic in una recente intervista radiofonica si conciliava con la competenza e professionalità. Troppo spesso, infatti, o c’era la prima o la seconda. E non basta.

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