Sei partite giocate, di cui cinque a Bologna, facendo 1-3 a Casalecchio e 1-0 al Paladozza. Pura statistica, dato che oggi è davvero difficile capire cosa sia casa, considerando la stranezza di una Fortitudo che ha come domicilio prescelto la ancora bianconero vestita Unipol Arena, e che la cosa migliore della Supercoppa la fa in Azzarita, che casa – per ora – non lo è più. Così come è difficile capire cosa significhi casa, nell’attuale basket che convive con il Covid e si chiede come e quanto aprire: lasciando a virologi e sociologi la diatriba sul piuttosto che niente meglio piuttosto o l’alternativa del piuttosto che questo piuttosto meglio niente, vediamo se da questi 245′ giocati dalla Effe qualcosa di tecnico si può dire.

Anzi no: proviamo a capire il senso di questa Supercoppa, che apre a spazi e visibilità – relativa – laddove le squadre avrebbero bisogno di chiudere le tende dei propri allenamenti e scrimmage per non portare l’esterno a dedurne giudizi precari e precoci. Non solo quello di haters e troll da tastiera, ma anche noi commentatori diciamo più canonici che non possiamo esimerci ma che, davvero, dovrebbero giudicare il gusto della pizza quando ancora la farina non è nemmeno diventata pasta e il pomodoro nemmeno diluito con olio e sale. Ne valeva la pena? Forse, chissà, e vediamo se si può raccontare qualcosa che, ricordiamo, viene scritto il 14 settembre. Quattordici settembre. Quando, negli anni scorsi, al massimo si giocavano i tornei in spiaggia.

E’ una Fortitudo che va ad alti e bassi, e che alla fine paradossalmente ha trovato più crescita nei nuovi Withers e Fletcher che non nei più conosciuti Happ e Banks. Con il primo che dopo i 26 dell’esordio ha sofferto soprattutto in appoggi atrocemente sbagliati (ieri a Cremona, per dire, molto meglio Totè), e il secondo che qualcosa deve averlo, perchè un tiratore che tira 4/27 nelle ultime tre gare, ecco, non fa molta pubblicità di sè. Che siano problemi fisici o di Twitter starà alla società valutarlo, ma è anche da dire che l’ex Brindisi ha comunqua cercato di rendersi utile altrove, tra assist e recuperi.

Il resto? Sprazzi di panchina, con la (ri?)scoperta di Dellosto e qualche graffietto di Totè. Poi, come dice Sacchetti, c’è tanto da lavorare sulla continuità, sulla grinta e sulla difesa. Dove ci sia margine di crescita per chi pera è e mela non può diventare da un momento all’altro starà al coach valutarlo. Per ora, qualsiasi altra cosa è prematura. Gli ingredienti ci sono, ora serve capire se sono buoni e se il pizzaiolo è adatto. Ma per il forno e per l’impiattamento, pregasi ripassare.

(Foto di Valentino Orsini/Fortitudo Pallacanestro Bologna)

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