Alla fine il problema è sempre quello di capire se sia meglio uscire per un graffio nei quarti (tipo perdere con Brescia di 4, magari per la canonica tabellata di Vitali), o per una sberla in semifinale. Perché la vita è questa, i portici sono questi, e quindi quel che rimane nella memoria non è l’ottima prova strategica del venerdì, quanto piuttosto l’afflosciarsi e l’arrendersi del sabato. Contro una Brindisi che era già stata battuta, questo è vero, ma in tutt’altro contesto e in tutt’altra condizione fisica. E allora, la Fortitudo dovrà autoconvincersi – ma non ce ne sarà bisogno – e soprattutto convincere il proprio ambiente (ecco, qui già un po’ meno facile) che il livello è questo, che la semifinale di Coppa Italia non era esattamente qualcosa di previsto, e che meglio esserci arrivati con scoppola conclusiva che non il non arrivarci nemmeno. D’altra parte sono ormai 16 anni che si discute sul ne valeva la pena arrivare in finale di Eurolega per poi farsi tritare?, e allora anche il sabato pesarese finirà nel calderone di questo tipo di dibattito: meglio una sconfittina prima, o una sconfittona poi?

La Fortitudo, comunque, ha dimostrato il proprio bene e il proprio male, in sole 24 ore: quando riesce ad avere le gambe e la testa, allora molte cose le sono possibili. Altrimenti, è pianto e stridore di denti, soprattutto perché i Martino’s non sembrano in grado di celare le proprie mancanze, e di limitare i danni. Era successo nel derby, era successo in altre occasioni: se si va sul -20 ci sono più probabilità di andare al -30 che non rientrare al -10, come se i muscoli dei giocatori non volessero rispondere all’eventuale sollecitazione del cercare, almeno, l’uscita sul tabellone di un finale meno granitico. Comprensibile, forse, ma anche comprensibile che quel che resta è il risultato, non come ci si è arrivati.

Ora resettare il male e cercare di tenere a mente il bene: nessuno, a settembre, si aspettava di passare il San Valentino a giocarsi una manifestazione. E pochi, venerdì mattina, pensavano di dover prenotare l’albergo (cit.) anche per la notte successiva. E si vada avanti per la stagione, possibilmente cercando di ricordare che si può e si deve perdere, dato che non si è imbattibili. Ma che lo step successivo, come detto anche da Martino, è che anche nella sconfitta serve capacità di non andare del tutto a fondo. Altrimenti è un attimo, ahinoi, che i sono degli eroi, guai a chi li critica! del venerdì diventino degli inevitabili tutti in miniera del sabato.

Grande grande grande – I principali segnali di orgoglio li hanno dati i veteranissimi, Cinciarini in primis ma anche Mancinelli. Poi, la clamorosa coreografia del venerdì, così come il pubblico che, a Pesaro, non ha mai smesso di cantare. E il modo in cui è arrivata, la semifinale.

Parole parole parole – Ci sono titolari che paiono in forte difficoltà, Robertson e Sims in primis. E Leunen che troppe volte pare giocare al risparmio e alla sponda. L’Aradori di sabato, troppo lento e svagato (gli appoggi da solo!) per essere vero. Ma è anche da dire che lui, come gli altri, nei quarti era stato eccellente. E il modo in cui si è chiusa, la semifinale.

FOTO DI VALENTINO ORSINI/ FORTITUDO PALLACANESTRO

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