Non è stato esattamente “con un filo di gas”, come dicono le magliette celebrative. E nemmeno, come qualcuno storce il naso, una promozione che non poteva essere più facile, visto il roster e tutto il resto. La promozione della Fortitudo passa da vari fattori: la fortuna, se vogliamo, di non aver avuto eccessivi problemi fisici, l’umiltà di ridimensionarsi ad una categoria che poteva mostrarsi ostica, ma soprattutto la voglia di giocare a basket malgrado tutto. Forlì come avversaria fin dai primi giorni, alla fine, è stata matata nelle occasioni decisive: la finale di Coppa Italia e gara 5 playoff, quasi a voler dire che, quando serviva, la F ha saputo compattarsi e fare le cose giuste. Toccherà ad altri evitare che il patrimonio vada disperso, ma intanto è giusto celebrare i giocatori biancoblu.

Lamma 7,5 – Ci mette un po’ a capire una categoria che, per esperienza e talento, dovrebbe padroneggiare con facilità. Cresce piano piano, recuperando dai malesseri fisici eredità della passata stagione, e con il tempo capisce quando restare nei ranghi e quando invece metterci del suo. Si sfiata dietro avversari che puntano allo scalpo di prestigio, e ringrazia Finelli quando, con il maggior spazio dato a Sorrentino, i suoi polmoni non vengono strozzati più di tanto. Finale da urlo, diventando leader su ogni centimetro del campo: la gioia di una carriera, per intenderci, con la grande capacità di restare sempre con la testa sul pezzo. Cuor di capitano, per intenderci, anche se di metafore cardiache ne sono piene, spesso a proposito, le cronache. Ma quando ogni goccia di sudore è dedita alla causa, ha ragione lui.

Sorrentino 7 – Va bene essere fieri della propria napoletanità, ma non è che questo implichi automaticamente essere fan di Gigi D’Alessio: è anche vero che la sua stagione si impenna dopo aver visto un concerto del soggetto in questione, per cui alla fine glielo si perdona. Vorrebbe spaccare il mondo, ma ha la maturità di capire quando esagerare e quando no. Si carica la truppa sulle spalle nelle bolge finali, dando fiato in difesa e qualche gioco di rottura in attacco. Rende più di quanto non dicano le cifre, e alla fine vanno bene anche le citazioni maradoniane sul suo profilo Facebook. In campo, prima, aveva dato l’idea dello studente indisciplinato che, per una volta, si era talmente appassionato alla materia dall’accettare di stare seduto composto. Ora, a bocce ferme, che lo si recuperi anche ad un più educato ascolto musicale.

Malaventura 8 – Lo scorso anno la palla gli arrivava poco e male, e lui si intristiva pur dimostrando (Siena, ma anche Montegranaro) che quando serviva, insomma, lo si poteva coinvolgere. Si scende di livello, e si capisce quasi subito che lui, da queste parti, c’entra poco. Torna ad essere attaccante sopraffino, con la importante caratteristica di crescere di rendimento ogni volta che ce n’è bisogno: un playoff da urlo, con la ciliegina del tiro vincente. Alla fine perde quasi l’aplomb, saltando in mezzo alla Fossa (rischiando di frantumare il pc da cui sono state scritte codeste pagelle), e magari mandando cartoline a chi, in precedenza, proprio non ne voleva sapere di lui. Professionista come ce ne sono pochi, graffia anche in difesa e ne esce, accento pesarese a parte, con il trofeo di MVP della stagione. Non era scontato, in agosto.

Gigena 7 – La sua andatura ciondolante è tale da trarre in inganno i cronisti da fuori Bologna, che lo definiscono “acciaccato” ogni volta che lo incrociano. Più che lo scricchiolar potè il fiato, che cala con la primavera dopo che, nel girone d’andata, era sembrato un marziano, per la categoria. Versatilità contro cui poco possono gli avversari, ottimo pendolo tra la pericolosità dall’arco (che cresce con il tempo) e le graffiate in area. Rimbalzista offensivo importante, nel finale è bravo a centellinare le forze, facendo tagliafuori all’acido lattico. Combattente, solo il portarsi a casa il pallone della vittoria non gli riesce: la cosa, però, non gli toglie il sorriso dalle labbra, caratteristica costante di tutto l’anno, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nello stipendio e nell’attesa del medesimo.

Cittadini 7 – L’incognita estiva era capire quale sarebbe stata la sua adattabilità ad un ruolo da protagonista, con necessario aumento delle responsabilità e dei minuti da giocare. Quindi, attenzione ai falli, cosa che in A non gli veniva chiesta. La cosa riesce in parte, come racconta gara 5, e a meno che non fosse Quaglia, a pagare gli arbitri per mettere il titolare fuori gara e poter entrare al suo posto, è chiaro che qualche piccola colpa Cittadini ce l’ha. In campo, a parte qualche problema con le tonnare difensive dei playoff, potrebbe spaccare il mondo, tanta è a volte la sua superiorità nei confronti degli avversari, e non è da escludere che certe fischiate avverse siano figlie dell’evitare la manifesta superiorità. Cifre buone, parametrate ai non tantissimi minuti giocati, ma il retrogusto del poteva andare ancora meglio rimane. Chissenefrega, dirà lui, nell’anno della paternità e della promozione. E forse ha anche ragione.

Muro 7 – L’anagrafe gli porge il conto sul più bello, come se ad una festa andasse via la luce nel momento dello scartare il regalo. Una regular season fatta quasi al risparmio (anche perchè in tante partite, vista la differenza di valori in campo, nemmeno serve strozzarlo poi tanto), pur mettendo firme sparse qua e là, come il cesto pazzesco di Treviglio, e facendo da prima punta non accentratrice: raro, infatti, vedere un attaccante forzare così poco, in una non ovvia grande capacità di selezionare i tiri. Precipita in primavera, un po’ per la rottura del naso e un po’ per un ruolo da sesto uomo che, forse, fatica a digerire. Serie finale negativa, fino agli ultimi minuti, quando infila tripla e, nell’azione decisiva, riesce ad evitare gli egoismi per capire che l’uomo a cui dare la palla era un altro. Ennesima arrampicata sul tabellone, stavolta non da protagonista assoluto ma da ottima parte di un gruppo compatto.

Genovese 6 – Il suo processo di maturità dovrà passare dal capire che non di sole triple vive l’uomo. Fatica ad entrare in una squadra che non può, ovviamente, ergerlo a prima punta, e senza scaldare la mano anche tutto il resto del gioco ne risente, con conseguente lento sdrucciolare nelle posizioni di retroguardia delle rotazioni. La volontà c’è, ed è tanta, ma andrà applicata anche ad altri ambiti dell’agonismo: un rimbalzo, una difesa, senza rimuginar troppo su ferri non sempre felici. Però, è alla sua seconda promozione consecutiva, dopo quella con Varese: se non da protagonista, almeno un ruolo da portafortuna se lo è conquistato. E se gli andasse male, ha sempre un futuro altrove: sul suo blog internet, certe dissertazioni sulle anatre e sulle trottole lo elevano al ruolo di Jerome Salinger italiano.

Micevic 6+ – Arriva con passo felpato, cercando di salire su un treno che corre più di quanto non sia ancora nelle sue giovani corde. Ha anche svariate sfortune, tra la normale necessità di ambientarsi e acciacchi sparsi, ma piano piano riesce ad allungare le rotazioni e dare quindi un senso al suo ingaggio. Sosia di Arturas Karnisovas, è talmente tranquillo che all’ospedale di San Severo si fa vedere il problema alla mano non accorgendosi, quasi, che le beghe principali sono negli arti inferiori. Sa fare un po’ di tutto, e basterebbe mettere su un po’ di tiro da fuori per poter provare a costruirsi una carriera a discreto livello. E’ un classe 1989, di spazio per allargarsi ne ha eccome.

Quaglia 6+ – Gli viene attribuita la frase siamo la panchina più scarsa del campionato, ma almeno siamo uniti. E, per un po’, non è che faccia molto per smentirsi: vero che per i giovani lunghi riuscire a ruggire non è sempre facile, ma ogni tanto è come se si portasse anche in campo il cuscino che è suo compagno di trasferte in pullman. Poi, decide di smentire la dichiarazione precedente, e in gara 5 prende a pugni tutta Forlì, con un secondo quarto che deve diventare il punto di partenza della sua carriera. Ha senso della posizione, deve solo crescere nella fotta e nel tagliafuori, perché se riuscisse a far diventare rimbalzo ogni spizzicata, potrebbe andare in doppia cifra in ogni quarto giocato. Sicuramente, la crescita esponenziale avuta nei playoff è un buon punto di partenza.

Borra 6 – Pulcino (lunghissimo) del gruppo, che sparisce dalle rotazioni con l’arrivo di Micevic. Mostra spunti interessanti, e margini di miglioramento ancora tutti da definire. Servirà solo provare ad aumentare la concentrazione, sia in allenamento che in partita, e ricordare che il futuro passa soprattutto dalle sue mani. Di certo, vince il premio per il coro più demenziale che la Fossa abbia mai dedicato ad un giocatore F.

Losi 6 – Immola la sua stagione per far da cambio ai senior, e alla fine gli spazi sul campo sono davvero pochi. Bravo a capire la situazione – non gufa, per intenderci, non lascia saponette nello spogliatoio sperando in qualche ruzzolone che frantumi ossa e gli regali il posto nei dieci – e a mantenere alta l’intensità degli allenamenti, quelle poche volte che viene chiamato in causa evita di volersi mettere in vista a tutti i costi, restando nei ranghi pur snaturalizzando il suo gioco, diciamo, solitamente non proprio figlio del tatticismo.

Finelli 8 – Prima, con la sua decisione di restare in Fortitudo regala una parvenza di credibilità ad un marchio che su Wikipedia era ormai ad un passo dall’essere messo nel settore squadre estinte. Poi, mette in piedi un gruppo che è tale anche a fatti, e non solo a parole, facendo in modo di buttare il cuore – stavolta davvero, anche se potrebbe sembrare la solita metafora trita e ritrita – oltre l’ostacolo. E oltre il portafoglio, cosa che l’anno scorso non era riuscita: i problemi con gli stipendi arrivano, da gennaio in poi, ma lui silicona il tutto e va avanti per la sua strada. Esce vincente, con tanto sano culo, come dice lui. Ma arrivarci, a quel punto, non è stato facile. Merita un posticino nella storia, sperando che questa vada avanti.

Società 5,5 – Alla fine, il merito è tutto suo. Se non ci fosse stato Gilberto Sacrati, questa avventura non sarebbe stata vissuta: invece, c’è stata la possibilità di scoprire terre nuove mai esplorate dalla Fortitudo, di rivedere in campo una squadra fatta di sentimenti e non solo di mercenarietà, e di vincere qualcosa. Scherzi a parte, tutti sanno che il futuro passa da qui, senza se e senza ma, perché è complicato capire come si possa andare avanti navigando a vista, giorno dopo giorno. Ora, l’iscrizione alla Legadue necessiterà di tanta roba da far uscire dalle tasche, e non è un segreto che, forse, questo sarà ancora più complicato del carpiato di Malaventura allo scadere del PalaFiera. Che la storia continui, quindi. Si spera.

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