Eurolega. La parola più citata a inizio anno. Magari non ci si credeva tanto, ma nessuno pensava che la Fortitudo sarebbe tornata seconda. Leggendo però la classifica dal fondo. Uno dei più incredibili crimini sportivi che la storia ricordi, figlio di errori clamorosi dal primo giorno (fondare la campagna acquisti e abbonamenti sul ritorno di Basile, con tanto di foto propiziatoria sotto la sua gigantografia) in poi. La lista delle bottigliate sui gioielli di famiglia è tale da rendere impossibile elencarli senza far saltare il database del sito; poi certo, ci sono state anche sfortune e nefandezze esterne, ma una società debole riesce a perdere anche quando ha ragione – vedi Montegranaro – quando invece, ai tempi della società forte, si vinceva anche quando c’era torto – vedi il rischiato 0-20 a tavolino con Avellino, anni fa. Bentornata in LegaDue, Fortitudo, malgrado un roster di grandi nomi, un GM riportato a Bologna con stipendione, ed una tifoseria innamorata, sempre e comunque. La prima a cui tanti dovrebbero chiedere scusa, perché la squadra non è retrocessa con il precision time di Teramo, ma con tutte le scelte sbagliate di quest’anno. Il pagellone di quest’anno, ultimo atto di questa annata, in previsione di una estate dove, si teme, se ne vedranno delle belle. E non in spiaggia.

Huertas 5 – Il pianto dirotto di Teramo lo solleva agli occhi di una tifoseria che, di contrappasso, ha spesso pianto vedendolo in campo. Scarso, ma almeno ci teneva. Ci teneva, ma era scarso. A lungo mostra carenze a difesa schierata, al tiro (24% da 3, se non altro ci prova poco), in contropiede (come se non avesse mai fatto una treccia in vita sua) così come mostra di essere una prima linea difensiva molto, molto ospitale. Sfiduciato, cresce esponenzialmente quando gli vengono date le chiavi della macchina nel più classico prendere-o-lasciare. Termina benino, ma palesando sempre limiti di costruzione imbarazzanti. Mistero: o in Spagna si gioca un altro basket, o qui è arrivato il fratello brocco, o forse è stato solo vittima degli eventi.

Gordon 6 – Quando capisce che giocare in Italia non è esattamente come andare a fare il paracadutista a Kandahar, e riesce ad ambientarsi – magari senza dei Lucignoli attorno a fargli smarrire le buone maniere – diventa anche un buon acquisto, con un mix di esplosività e tecnica che lo rende a tratti immarcabile. Stoppatore e difensore, andando oltre i propri centimetri con bicipiti e garretti, deve solo capire che non basta il muscolo per essere un buon esterno: tiro, regia e altruismo diventeranno le cartine tornasole per una eccellente carriera europea. Non gli si poteva chiedere continuità, a 21 anni e alla prima esperienza da professionista, è dovuto crescere in fretta e la cosa è stata pagata, suo malgrado. Peccato per l’assenza a Teramo: con lui dentro, forse, poteva finire in altro modo.

Mancinelli 6 – Mantiene la sua costanza, fatta di dozzina di punti, gancetti, tiro da tre molto alterno (sorprendentemente bene nelle prime giornate, tornato sotto il 30% nel girone di ritorno), flottando tra il ruolo di 3 e 4 come ormai da anni. Il problema resta sempre lo stesso: non può essere faro offensivo totalmente affidabile, e la mediocrità che gli sta attorno evidenzia limiti che, del resto, nessuno può addebitargli. Così come una lungomilitanza che dovrebbe portargli autorità e voce forte nello spogliatoio: se non nasci leader, difficile diventarlo. Sarebbe l’eccellente gregario di una squadra forte, quello capace di fare un po’ di tutto. Forse lo farà: a meno di clamorosi eventi, d’ora in poi i tifosi Fortitudo lo vedranno in tv, altrove. Buon viaggio.

Cittadini 5 – La battutaccia che gira è quella che lui, giochi 15 o 35 minuti, farà sempre 4 punti e 2 rimbalzi di media. Abortito già dai tempi di Mazzon il tentativo di farlo diventare un’ala forte, piange le sue lacune in una squadra che, a differenza della Napoli semifinalista che lo metteva in quintetto base, non ha un Greer a coprire tutte le altrui magagne. Si festeggiano i suoi rari cesti, si sacramenta sui suoi tanti appoggi sbagliati: ha momenti in cui sembra meritare i minuti che gioca – specie con Pancotto, che si affida quasi ciecamente a lui – e altri in cui, davvero, ci si chiede se davvero un passaporto italiano possa tanto.

Malaventura 5,5 – L’ennesimo cambio degli esterni, presunto tiratore, che annega nel caos tecnico di una squadra che non sa mettere in ritmo i propri giocatori, come fu Calabria. Lui però cerca di risollevarsi dalla disperazione, e quando si inizia a lottare davvero per la salvezza, materia a lui ben nota, diventa anche un giocatore utile alla causa. Certo, non fa canestro quasi mai, ma firma il 30% delle vittorie, con Siena, Montegranaro e Caserta. Tra i pochi ad essersi adeguato alla situazione (o forse, è la situazione che si adegua ai suoi livelli non da primissima fascia), esce tra i meno colpevoli.

Lamma 5,5 – Quando sarebbe servito qualcuno a fare da autoscuola a Huertas, è fuori con la spalla scassata. Quando rientra, trova una realtà dove si preferisce dare fiducia al brasiliano, nel bene e nel male, e dove lui, comunque, sembra fisicamente da tutt’altra parte. Nuovamente, però, gli era stato chiesto un ruolo marginale, e la squadra si era trovata nella condizione di dipendere da lui, atteso manco fosse John Stockton quando era infortunato. A prova che le cose non stavano andando bene, davvero.

Slokar 5,5 – Potrebbe essere il 4 sognato da anni, pur nei suoi limiti di ferocia agonistica: prima viaggia giocando bene solo con le sue ex squadre, poi guarda, poi si fa male, infine torna dando sprazzi di buon gioco, mai però concretamente supportati da una continuità necessaria per essere davvero un fattore. Troppo lento però per essere uomo da pick and roll, non riesce ad aprire le difese come dovrebbe (tira anche bene da 3, ma praticamente mai) e dietro soffre tanto. Ma nemmeno ha avuto il tempo per capire in che mondo è vissuto, tra fatiche iniziali e infortuni successivi. La Fortitudo, però, dai tempi di Lorbek non ha più avuto un 4 credibile.

Bagaric NG – Sakota lo farebbe giocare, ma lui si rompe. Con Pancotto vorrebbe anche provarci, anche solo per capire se il suo fisicaccio è in grado di reggere, ma il campo non lo vede mai. Anzi, dopo il derby, non lo vede più. Lui incassa in silenzio, chiedendo poi udienza a bocce ferme. Certo, viste certe prestazioni di altri, i suoi sei NE consecutivi non sono spiegabili: o davvero si trattava di problemi di osteoporosi, o è uno dei tanti misteri tecnici incomprensibili di quest’anno. Da 20’ di media ai tempi dello scudetto a tredicesimo uomo di una squadra retrocessa. I dubbi ci sono.

Strawberry 4Let me take you down to the LegaDue. Parte con il botto, quasi trentellando in coppa e dichiarandosi buon difensore che quando serve fa anche canestro. In realtà lui vuole solo tirare, peraltro con risultati da far sembrare anche Gallinari (Vittorio) un cecchino di primissima. Quando gli viene spiegato che non di tiro al piccione si tratta, si immusonisce diventando quasi una palla al piede: termina con antisportivo contro Milano che praticamente gira quella partita, prima di tornarsene a casa infortunato. Domanda: se serviva uno che tirasse sempre, non era meglio tenere Forte? In realtà, si era solo saputo vendere bene. Pessimo.

Papadopoulos 6 – Pivottone vecchio stile, che quando esce dall’area chiede informazioni ai passanti come un pellegrino per Lourdes finito erroneamente all’Hollywood. Vive in un’altra epoca, e a tratti è un pesce fuor d’acqua: quando in difesa deve correre dietro a gente che salta e corre, e quando in attacco, triplicato, non comprende che darla via non è una roba vietata ai minori. Fa il suo lavoro, e non è colpa sua se non si trova nessuno a fargli da spalla: peccato per le svagatezze e la poca continuità, ma non sarebbe stato spedito qui, se fosse perfetto. Tra i meno peggio.

Fucka 5,5 – Operazione nostalgia, ma forse anche tampone che si trova a dover fare più di quanto gli veniva chiesto. L’anagrafe lo obbliga ad un ruolo più da centro di quanto non fosse stato negli anni d’oro, andando ad intasare un settore già quantitativamente completo, e non rispondendo alle necessità di un 4 credibile. Si fa male, gioca a sprazzi, a volte si vorrebbe andare ad allungargli un bastone per facilitarne la deambulazione, ma nella gara finale mostra che qualcosa da dire lo aveva ancora. Ma, se non si ha Scapagnini come medico personale, non si può essere immortali.

Scales 5 – Diciamo la verità: fare l’americano in Fortitudo porta una sfiga pazzesca. Otto triple a segno nelle prime due uscite, poi si scaviglia, e quando torna tira peggio di Strawberry, che anche a dirlo sembra impossibile. Colpe poche, però, perché di ultimi arrivati che salvano la baracca se n’è visto uno 17 anni fa, ma fare il superuomo non è per tutti. Forse nemmeno se ne è accorto, di quello che gli capitava attorno.

Achara 6 – Sguardo da adolescente emozionato davanti al primo porno, entusiasta dell’occasione che gli viene concessa, si trova di colpo a diventare pedina importante dello scacchiere, pur nella sua palese inesperienza. Ci prova, impara giorno dopo giorno, mostrando anche una insolita buona mano dalla lunetta – anche se fa 0/2 a Teramo, ma chi lo può accusare? – e cuore di cui anche Mel Gibson sarebbe fiero. Peccato che l’esperienza non si possa comprare su Postalmarket.

Forte NG – Non è nemmeno il primo. Anche Babrauskas, l’anno scorso, retrocesse con due squadre. Il tempo di trentellare all’esordio, che già è fuori squadra. Il più grosso mistero della stagione, dato che lo si sapeva fin da prima di ri-tesserarlo che non si trattava di un chierichetto. Fa perdere subito la connotazione di talento su cui scommettere che avrebbe dovuto caratterizzare la Fortitudo, e fa perdere un visto, lasciando la squadra senza nemmeno il jolly. Misteri: sostituirlo poi con Strawberry, che tira quanto lui non infilandola mai, un altro mistero. Enrico Ruggeri ne sarebbe fiero.

Woods 4 – Scelta sciagurata, sapendo che non ci si portava a casa un missionario. Parte litigando con un taxista, rischia di menare uno juniores, spaventa le vecchiette che portano a spasso i cani attorno al Paladozza e porta sulla cattiva strada gli altri americani della F. In campo, mostra quello che sa: gioca da solo, a volte fa bottini e altre volte sarebbe da inseguirlo con un bastone. D’altra parte, se la sua carriera non ha ancora trovato un centro di gravità, un motivo ci sarà. Non ci sarà controprova, ma cacciare lui subito, anziché Forte, poteva dare risultati meno sconfortanti.

Sakota 5 – Il Nonno ride, perché con il suo 4-5 di bilancio rimane superiore ai successivi disastri. Ma nessuno, il giorno del siluro, si strappò i capelli: troppe le sue magagne a partita in corso, troppi i suoi errori di rotazioni per un coach tenuto più per amicizia zoraniana che non per convinzione, tanto che già gli era stato preferito Sharon Drucker. Ma oggi ride, ride, rivalutato più per forza che non per amore. La squadra, però, l’aveva fatta anche lui…

Pancotto 5 – 6-15 di record, scalcinatissimo modo per portare la F dal centro classifica alla retrocessione. Eppure sul campo di palesi errori non se ne vedono, se non i dubbi su certe scelte di fiducia e rotazioni non sempre coerenti. Eredita una squadra dove se ne rompe uno al giorno, non riesce a dare identità, ma quel che più risalta è la difficoltà di dare una spina dorsale nerboruta alla truppa. Sempre molto pacato nelle dichiarazioni, ripete il concetto del biglietto da staccare fino alla nausea, con virgolettati che avrebbero fatto pensare ad una squadra sesta, non seconda al contrario. E’ il coach che porta la Fortitudo alla retrocessione, però, e di colpe non può non averne.

Società 4 – Forse nemmeno il più virtussino dei virtussini si sarebbe aspettato questo finale. D’altra parte, la quantità di errori commessi è tale da far pensare che si tratti di uno scherzo. O che in realtà Sacrati sia il figlio segreto di Porelli – ma anche no, dato che l’Avvocato la Fortitudo quasi la snobbava, ai suoi tempi, mica voleva distruggerla. Si sbaglia tutto. La scelta di aprire la campagna abbonamenti in giugno, fondandola tutta sul ritorno di un dirigente, non certo di un giocatore. Il tesseramento di Huertas. Il tira-e-molla su Forte e Woods. Giocatori sopravvalutati o doppioni. Gli stipendi. Il difficile tesseramento di Scales. Varie ed eventuali. Sacrati si distacca dalle cose agonistiche parlando solo di Parchi: fa anche bene, dato che a inizio anno aveva delegato a Savic tutta la faccenda sportiva, ma stride il suo puntare alle Stelle mentre quella che sarebbe la sua squadra gli sciopera e retrocede. Non si ricorda una scelta positiva: far retrocedere un team che puntava all’Eurolega è impresa forse anche superiore a vincere uno scudetto. Sotto sotto, un tempo, anche fare zero al Totocalcio portava dei premi. Adesso, che ci si faccia trovare pronti all’evento LegaDue. Che sia Sacrati a gestire la società, o chiunque altro, ci si sbrighi, a fare chiarezza e dare certezze. Perché non si arrivi a pensare che la retrocessione sia stato il male minore, nella speranza che il prossimo anno ce ne sia un’altra, di pagellona riguardante la Fortitudo.

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