Don Elio Cesari, sacerdote salesiano e tifoso Fortitudo, è stato intervistato da Damiano Montanari su Stadio.
Un estratto delle sue parole.

Nella mia vita ci sono Dio, la Fortitudo e don Bosco. Ma non vi dico l’ordine.
Frequentavo il liceo scientifico Righi. Prima mi era sempre interessato più il calcio, tifavo per il Bologna. Basket City era al massimo del suo splendore, tra finali scudetto, Coppe Italia ed Eurolega. Non si poteva rimanere indifferenti. Per me fu facile schierarmi con i più “deboli”.

La prima volta al PalaDozza? Una gara di Eurolega con il Tau Vitoria dove giocava Scola, allora con i capelli lunghi. Mi ci portò mio fratello Gianfranco, più giovane di me di tre anni. Fu il mio battesimo in Fossa dei Leoni, indimenticabile. Cori, coreografie, emozioni. Mi sembrava di essere al luna park.

“Sono cresciuto nella zona di piazza dell’Unità, vicino ai Salesiani di Bologna. Ho sempre avuto un legame forte con l’oratorio, affascinato dalla dimensione giovanile ed educativa di quella realtà. La mia ispirazione, o meglio il mio eroe, come lo definii in un tema in prima superiore, era don Diego. Da grande avrei voluto assomigliargli per la disponibilità che ha sempre manifestato assieme all’attenzione per i problemi degli adolescenti. La vocazione ha trovato compimento nell’estate tra la quarta e la quinta superiore, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Conclusi il mio percorso scolastico e, superato l’esame di maturità, partii per Sesto San Giovanni. In fondo era scritto fin dal principio che quella sarebbe stata la mia strada: sono nato il 14 gennaio, nel mese salesiano.

“La squadra biancoblù a cui sono più affezionato è quella del secondo scudetto nel 2005. C’erano Belinelli, Mancinelli, Smodis. A me piaceva molto Basile, il capitano. Il fatto che fosse un uomo schivo, che non amasse la ribalta, anche un po’ balbuziente, molto umile e professionale, me lo ha sempre reso simpatico. Allora ero studente di Teologia a Sesto San Giovanni. La mattina di gara 4 della finale scudetto tra Fortitudo e Milano, un sacerdote salesiano portò in oratorio lo spagnolo Diego Fajardo. Giocava per le scarpette rosse, ma era infortunato e alla sera non avrebbe potuto scendere in campo. Lo guardai negli occhi e gli dissi: “Io ti porto rispetto, ma stasera vinciamo noi”. Sapete tutti come andò a finire. Seguii la partita da solo in una stanza. Poi corsi a far festa in oratorio sventolando la sciarpa della Effe in mezzo ai ragazzi che si erano riuniti davanti a un maxi schermo: erano tutti tifosi di Milano”.

Concludere la stagione? “Non sono d’accordo, per me si deve finire qui e non mi interessa se si assegnerà o meno lo scudetto. Lo dico prima di tutto come salesiano. In questo momento di isolamento stiamo seguendo tanti ragazzi attraverso la didattica online. Nei primi venti minuti di ogni lezione parlano di quello che stanno vivendo, delle loro diffcoltà e speranze, poi si comincia ad affrontare la materia scolastica in senso stretto. Come i nonni hanno vissuto il Dopoguerra, noi affronteremo il Dopovirus. Penso sia giusto concludere ora la stagione e affrontare, ciascuno con la propria responsabilità, le partite più importanti. Che non si giocano necessariamente sul parquet”.

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