Sasha Djordjevic è stato sentito da Walter Fuochi per Repubblica. Un estratto della lunga intervista.

“Il poco pubblico? Prima di tutto, andiamo in campo con la voglia di andare a ringraziare tutti, uno ad uno, quelli che sono venuti e che verranno a vederci. Per il loro coraggio, passione, sacrificio ed amore, non lo faremo mai abbastanza, in questa situazione così particolare, e così grave. Avrei voluto una finale di Supercoppa con diecimila spettatori: una festa, uno spettacolo, e anche tanto vento nelle nostre vele. Invece, ottomila sedie vuote. Tutto strano, mai vissuto. Ci stiamo adattando, noi e i nostri avversari. Non è facile. Non è scontato. Passerà, ma fino ad allora dovremo conviverci.
Da dove ripartiamo? Inutile negarlo, in tutti noi è viva la consapevolezza di aver subito un colpo dal destino. Una botta di sfiga. Poi, pensando a quanto dolore abbia portato il virus, costi alle famiglie, perfino in vite umane, è chiaro che le nostre storie di sport vengono dopo, non dovremmo neppure parlarne. Però, detto questo, il nostro lavoro è competere e vincere, ed è stata dura lasciar lì una stagione in cui eravamo in testa, e non per caso, ma grazie a un gioco salito a un eccellente livello. Un punto al quale oggi non siamo. E allora si riparte da zero. Da avversarie che, passata l’estate, si sono adeguate, e anche da noi che stiamo cercando di migliorare. Perché non vanno in campo i nomi, ma i giocatori, e ancor di più le persone, che stanno dentro i nomi.
I giocatori in ritardo? Loro come gli altri, passati attraverso mesi difficili, e adesso messi a lavorare, anche sull’abc, per ripartire. Se uno come Markovic prende il Covid a Belgrado, torna qui e di nuovo deve star fermo quindici giorni in quarantena, coi suoi muscoli pesanti da rimettere in moto, è ovvio che debba andare così. Occorre essere realisti, lavorare con umiltà, accettare gli up and down, per eliminarli. E si torna al tema di prima. L’amarezza e lo choc sono troppo freschi, siamo la squadra che, in poco più di un anno con me, ha giocato tre finali e lasciato a metà un campionato e una Eurocup in cui stava andando bene. E’ inevitabile che pesi. Magari, rigiocare ora due partite a settimana servirà a non pensarci più. Ma intanto neanche protocolli, tamponi e restrizioni aiutano. Siamo gente che fa il suo lavoro senza avere precedenti cui guardare per adeguare i comportamenti. Io so come si prepara un Mondiale, un Europeo, una finale, un playoff. Non so come si riparte dopo mesi di sosta per una pandemia. Perché né io né nessun altro l’aveva mai vista. Cerco sempre la positività, stimolo le personalità di chi deve costruire un gruppo, però lo sento che è dura ricreare entusiasmo in chi si sente, senza colpe, defraudato di un lavoro ben fatto. Da fuori, spesso, guardate solo il giocatore. Ma è nelle teste degli uomini che si deve entrare.
Dualismo con Messina? Siamo due estremamente competitivi, è normale che mi piaccia misurarmi con lui, e con gli altri grandi o grandissimi allenatori come lui. Affronto tutti con umiltà e rispetto, senza rancori né paraculate.
Milano? Non vorrei parlare di squadre che non sono la mia. Però, che l’Olimpia abbia fatto un mercato azzeccato, cercando, con buoni soldi, i giocatori in scadenza di contratto posso dirlo. Hanno preso la loro strada.
Il dualismo con loro? Magari, mi sta benissimo. Se la lotta sarà con loro, vorrà dire che siamo a livello. L’anno scorso gli eravamo davanti, questa l’han vinta loro, complimenti, giusto così, ma io sono già alla prossima. La più importante della vita, come dico sempre.
Contratto in scadenza? Mi va bene così. Il mio lavoro di sviluppo sui giocatori, e anche le mie visioni sul gruppo, non mutano di una virgola. Alla fine ognuno farà le sue scelte. Libera la società. E libero anch’io”

(foto Virtus Pallacanestro)

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