La storia è quella di una riunione carbonara di quattro-cinque ragazzotti, in una salotto di via Chiudare, dietro via Castiglione.
Si era poco oltre i 20, con tre-quattro tessere da giornalisti già in tasca, e la voglia di farci qualcosa.
“Dobbiamo diventare l’agenzia del basket bolognese” era l’idea di fondo.
Un po’ ambiziosa, perché in quegli anni lì Bologna era davvero Basket City ed entrarci da imberbi, nel mondo del giornalismo sportivo locale, era un tuffo nella vasca dei piranha.
Quella sera lì, una sera a vino rosso perché Olli non beveva altro, ci facemmo una foto insieme: eravamo pieni di speranze e stavamo facendo qualcosa per il nostro futuro, anche se tutto era solo un gioco, in fondo.
Partimmo con un banale sfondo arancione-palladabasket e un logo che era già vecchio prima di nascere, la turrita con una palla stilizzata alle spalle, e un dominio su aruba: bolognabasket.it facile, scontato, eccetera.
Da lì, in ordine sparso, sarebbero venuti: i primi tentativi di farsi accreditare dal duo Forino-Pungetti e dalla Voltan, le prime interviste a personaggi visti solo in tv. E i pezzi trasmessi dalla cabina telefonica del paladozza al webmaster, che da casa si collegava col su modem 56 k, aspettando qualche minuto se per caso aveva un genitore al telefono.
E ancora, i collaboratori da Imola, un comico e un professore che ora insegna negli States, e da Ozzano, uno che ora lavora all’Ansa. E le prime foto fatte da noi sotto il canestro con macchine inadeguate, venivano tutte sfuocate tranne quelle da fermi e un’eccezione formidabile: la stupenda “ginobili_schiaccia_bella.jpg”.
Poi, le redazioni di Treviso,Pesaro, Siena, Roma, e Ital, che fu anche un atto notarile e una s.r.l.e una sede a Roma.
E tanta passione, e gli scudetti e le coppe e uno sventato fallimento visti da vicino, insomma eravamo in ballo e vivevamo un amore per il basket che da innamoramento divenne vita vissuta.
Quella sera là, ottobre 2000, ignoravamo se dopo 10 anni saremmo stati ancora amanti del basket oppure no, se qualcuno in futuro ne avrebbe fatto addirittura una professione.
Sapevamo solo di essere carichi, e di volerci provare, dal basso.
Dove ci avrebbe portato, quel sitarello arancione, non lo sapeva nessuno.
Però ci lasciammo con una promessa, testuale. “Un giorno dobbiamo creare l’Espresso di Bologna”, uscita dalla bocca del piu’ sognatore di noi.
Quella frase ce la ripetiamo anche oggi, nei nostri sporadici incontri, assieme a “Ciao” “come stanno i gemelli” “e la donna?” “e quell’altro a Roma come è messo”…. “Un giorno dobbiamo creare l’Espresso di Bologna”‘.
Intanto, l’agenzia del basket bolognese, l’avevamo creata.

Luca Marozzi

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