Ci eravamo dimenticati che sapore avesse. O meglio, tanti se lo erano dimenticato, mentre quelli che fino al 2009 erano troppo infanti per ricordare qualcosa non lo sapevano, che sapore avesse. Lo hanno definito il derby dei millennials, o quello dei social, tanto per far capire come possa essere cambiata la società dal tiro di Vukcevic a quelli di Spissu e Umeh. E lo abbiamo preparato, anche noi dei media, con una attenzione e una attesa che noi stessi ci siamo resi conto essere fin troppo eccessiva, se parametrata all’importanza specifica della gara (di fatto, metà regular season) e alla categoria. Dimenticando che per almeno 25 anni il derby è stato poi questo, senza implicazioni di playoff, scudetti ed euroleghe: per intenderci, Schull e Richardson, detto tra i tanti, si giocavano solo il derby e non il campionato. Ma non è che si risparmiassero per questo.

Lo avevamo aspettato temendo che la troppa pressione avrebbe mandato in tilt giocatori ben poco esperti di queste atmosfere: se il clima poteva far esplodere gente da NBA, figurarsi ragazzi che tra un allenamento e l’altro hanno (o hanno avuto fino a pochi mesi fa) compiti in classe e Topexan – esiste ancora? – come principali problemi extraparquet. E, in effetti, nel primo quarto ci sarebbe stato da dire a tutti ragazzi, ne riparliamo. Poi tutti, tutti, si sono tolti la scimmia dalle spalle e si sono messi a giocare. Con uno spettacolo, di emozione ma anche di tecnica, a volte, che davvero non ha avuto tanto da invidiare a recite recitate a latitudini superiori. Insomma: alla fine ha vinto la voglia di vincerlo, e non la paura di perderlo e non essere all’altezza. E, davvero, la speranza è che quello che ha detto Ramagli (“ne usciamo migliorati”) valga anche per Boniciolli e i suoi: dopo questa prova di maturità, aver paura di non essere all’altezza non è accettabile.

Sulle questioni tecniche eccetera, si è già letto e si leggerà: la Virtus ormai non può più far finta di essere in testa alla classifica per caso, la Fortitudo dovrà capire come implementare il nulla dei propri stranieri (3 punti totali, su tiro libero) senza andare a prosciugare l’incredibile linfa italica che si trova nel proprio tronco. E, per questo, la speranza collettiva è che l’anno prossimo il derby NON ci sia: il motivo è chiaro, a meno che dalla serie maggiore non ci siano tanti di quei collassi da permettere maggiore spostamento da una categoria all’altra.

Infine, il clima attorno: si potrà polemizzare sui prezzi astronomici, ma se poi ci sono andati in novemila, si segue la regola della domanda e dell’offerta. Ci si potrà lamentare per le condizioni di lavoro di chi questo sport lo deve raccontare (pur capendo che agli spettatori la faccenda interessi meno di zero). Meglio lamentarsi per gli eccessi di qualche facinoroso, con manganellate sparse, qualche trasferimento al Pronto Soccorso, e il soggetto entrato in campo ad urlare qualcosa a Candi: le immagini hanno ripreso il giocatore, davvero perplesso per cotanta maleducazione, ma soprattutto l’invasore. Siamo nell’era dei social? Siamo nell’era della connessione perenne? Facciamo in modo di identificare e agire, in qualche modo. E, comunque, l’immagine più bella è quella che ha visto, a fine gara, Candi e Penna abbracciati. Banale, retorico, ma spiegateci che non è così che deve essere.

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