Per valutare la stagione della Conad, alla fine, basterebbe solo rispondere ad una domanda: da che parte si sta? Perché se la società ha sempre parlato di ambizioni, di provare la promozione e robe simili, e la squadra sul campo non ha mai risposto, allora le opzioni sono due. O i giocatori non erano adatti al cambiamento di orizzonti, e quindi le idee di promozione non erano praticabili di fronte all’aver sopravvalutato il gruppo. O si poteva far meglio, e quindi le critiche a chi andava in campo sono state legittime. La verità, come sempre, sta nel mezzo, se si vuole spiegare come mai la voglia di far bene abbia cozzato con il dover affrontare i playout: la base era buona, i rinforzi ci sono stati, ma per un motivo o per l’altro sia la base che i rinforzi non hanno risposto come ci si aspettava. La troppa pressione su gente non abituata ai riflettori (e forse anche ai giudizi), la poca alchimia tra gruppo storico e nuovi arrivati, gli infortunati non sostituiti: chi ha giocato poteva e doveva far meglio, chi gestiva poteva e doveva far meglio. Lapalissiano ma semplice, senza voler andare a cercare tra gli alibi e altro: e non è colpa della stampa – che, accidenti, ha dovuto fare i salti mortali per parlare di sport in questa stagione – se non sono arrivati i canestri. Semplicemente, il peso è stato eccessivo su spalle che non erano pronte a sopportare il tutto. E i risultati, inferiori anche all’ultima Budrio, si sono visti: a parte gli exploit con Ravenna e Santarcangelo, quasi ci fosse il dente avvelenato solo con la Romagna, mai l’impressione di aver voltato pagina, mai il sogno di aver messo le cose a posto. E i continui blackout sul campo, linea continua iniziata a settembre e terminata a maggio, raccontano come di progressi non ce ne siano stati. A bocce ferme, uno ad uno, i protagonisti della stagione, sapendo che se tutto andrà bene, malgrado tutto, i loro nomi resteranno nella storia della Fortitudo come quelli che hanno saputo tenere vivo il marchio in attesa di tempi migliori. Altrimenti, grazie comunque e appuntamento, alla domenica, nei giardini sotto casa (per i tifosi: loro, i giocatori, sapranno ritrovar facilmente la strada del campo).

Legnani 5 – Lo raccontavano come un tuttofare capace, in difesa, di placcare qualsiasi ruolo. E, in attacco, fornito di ottima visione di gioco per sopperire alla totale mancanza di tiro. Evidentemente, il cambio di DNA lo manda in tilt, e i suoi 339 minuti giocati non dicono niente di quello che poteva essere. Il nulla offensivo (1,5 di media, 24% al tiro) ma anche pochi segnali dietro, come se si fosse fatto prendere dallo sconforto globale. Fosse in realtà virtussino, e poco avvezzo alla Effe scudata? Scherzi a parte, annata negativa anche se la voglia di sbattersi c’è sempre stata, sia quando andava in campo che quando, per il turnover, l’ha vista da fuori.

Politi 6- – A lungo criticato per via delle aspettative non ripagate e con le valigie pronte per andare via (al massimo sarebbe poi stato il biglietto dell’autobus, dato che sarebbe rimasto in zona), uno dei misteri dell’anno: possibile che rendesse di più al piano superiore? Possibile, dato che qui gli sono state chieste maggiori responsabilità offensive in una squadra senza tiratori, e davanti ai raddoppi ha fatto tanta, troppa fatica. Paga clamorosamente l’assenza di Lamma che gli toglie passaggi e, perché no, sostegno in uno spogliatoio dove, si può pensare, il gruppo dei veterani e quello dei nuovi non si è fuso al meglio. 10+5,5 le sue cifre, sbuffando ad ogni cambio e ad ogni difficoltoso rientro difensivo. Chissà come sarebbe stato, in un mondo più roseo.

Nieri 6,5 – La conferma, per chi lo conosceva già, e la sorpresa per chi invece non lo aveva mai visto. Mette virilità e potenza su ogni pallone, e chissà mai cosa sarebbe potuta essere la sua carriera se avesse deciso di fare il professionista e non soltanto l’amatore. Solito buttarsi su ogni pallone, uscendone spesso e volentieri tra i migliori o, nelle gare storte, tra i meno peggiori: peccato solo per un leggero calo nel momento finale della stagione, ma non è che potesse tirare sempre la carretta (minuscola). Specie quando impegni lavorativi extrabasket lo toglievano dagli allenamenti: una variabile che nel mondo Fortitudo, abituata a ben altro, nessuno sapeva potesse esistere. Però c’è vita anche oltre la palestra, ecco.

Carretta NG – L’infortunio lo cassa in autunno, e la sua assenza diventa sia un alibi che un mistero. Sarebbe dovuto rientrare a fine marzo, ma in campo non lo si è più visto, per un motivo o per l’altro. Ci è mancato, dicono tutti, e a ragione: 16 di media pur non tirando bene nelle 4 giocate fanno capire cosa poteva dare. Ma attenzione, il ragazzo si è rotto a metà novembre, quindi il tempo per sostituirlo c’è stato eccome. Invece niente, per cui l’alibi c’è anche stato, ma non così tanto. Peccato.

Lamma 6 – Il grande enigma della stagione. Cifre che dicono e non dicono (15 di media, ma anche 4 perse, ad esempio), per un giocatore catapultato in una realtà lontana dalle sue abitudini con una installazione non del tutto riuscita, sia da una parte che dall’altra. Il problema è averlo fatto giocare da prima punta, lui che il tiro mai lo ha avuto in carriera: infatti, 32% da 3 era e 32% è rimasto, come pensare che a mettere Gattuso a giocare nel Mezzolara possa portare Ringhio a diventar goleador di prima fascia. Non trova terreno per le sue idee tattiche, cosa che invece era riuscita in A Dilettanti, e spesso si trova costretto a fare e disfare le proprie trame, forzando più del dovuto (spesso, poi, tiri decisivi per evitare sconfitte) e magari esponendosi più del dovuto a qualche critica. Alla fine non ha spostato come si sarebbe sperato, ma forse la verità è che non è stato capito quello che poteva dare alla causa.

Venturoli 6 – Inizio disastroso, tra mattonelle non riconosciute, ambiente da ridecifrare e tutto il proprio mondo da riformattare. Lo danno in uscita, lui continua a lavorare e, nel suo piccolo, le cifre lo premiano, con il 14% da 3 del girone d’andata che diventa 34% nel ritorno, e tanta voglia di metterci la firma quando serviva. Magari giocando più da esterno che non nell’abituale ruolo di lungo aggiunto, come successo ad esempio nell’effimera gioia di Ravenna. Il problema, forse, è che per fare il salto di qualità serviva roba superiore a quello che lui poteva offrire, e non è che attorno ci sia stata poi chissà cosa. Non è colpa sua se non è Smodis, si è spesso detto come esempio della nuova gestione del ristorante, ma ha portato avanti l’essere Venturoli con grande dignità, anche nei momenti meno positivi.

Alibegovic 5 – Arriva con benedizione di papà, ma subito si scontra con una realtà – la sua prima da “professionista” – difficile e forse non del tutto capace a fare da nursery, anche se con Montano la cosa è andata molto meglio. Deve capire che il tiro non è tutto, soprattutto se ciccato (29% da 3, con percentuali che in garbage time sfiorano il 120%): la prova è, ad esempio, un solo rimbalzo offensivo preso in 309 minuti giocati. Entra in rotta con tutti, becca provvedimenti disciplinari e scompare dalle rotazioni tra sfiducia reciproca e altri screzi. A babbo Teo, ora, il compito di fargli capire che un conto è sapere di avere potenzialità, un altro quello capire che non c’è niente di gratuito, a questo mondo.

Montano 6,5 – A differenza di Teino, qui l’occasione è stata sfruttata, e se non altro la gente ha potuto vedere i progressi del biondino. Che di timori reverenziali non ne ha mai avuti, e anzi in alcuni casi ha forse peccato di fin troppa spavalderia, tirando e prendendosi responsabilità ben oltre il richiesto. Sfrutta l’assenza temporanea di Lamma per mettersi in mostra, e il posto nelle rotazioni non lo perde più, pur facendo vedere cose ottime in casa e meno fuori, e qualche sbrodolamento figlio dell’inesperienza. Raddoppia le cifre (da 6,3 a 12 punti) nel girone di ritorno, dando anche una interessante mano a rimbalzo (3 a botta): lottare per uscire dal cul de sac sacratiano è servito.

Innocenti 5,5 – Illusione d’autunno. Parte con tanta voglia di fare bene, mettendo tiri importanti e dimostrandosi il più classico degli uomini-ovunque. Poi gli finisce la benzina fin troppo presto, e il calo dopo il girone d’andata è talmente palese da non necessitare di commenti, se non mere cifre: 6,6 punti (e 42% da 3) nelle prime 14 uscite, 2,2 (e 15% da 3) nelle successive. Misteri, perché il canestro è rimasto alto uguale, e la linea dei tre punti non è stata ulteriormente spostata. Perde un po’ di fiducia, e vai te a capire cosa sia successo.

Squeo 5,5 – Non che ci fossero gran recensioni, da quella San Severo che lo vide panchinaro estremo nella scorsa stagione. Mostra i difetti del non aver quasi mai giocato veramente in carriera, facendo benino a rimbalzo (2,7 in nemmeno 10 minuti di media) ma restando un legnoso corollario con umane ingenuità e poco da dare alla causa. Certo, minuti che il precedente Chiappelli non dava, ma nulla che potesse davvero pensare di portare la truppa ad un salto di qualità.

Zambrini 5,5 – Il mistero di un giocatore che, fosse sempre quello dei primi quarti, meriterebbe la Legadue. E se fosse sempre quello dei secondi tempi, andrebbe portato fuori dal campo e spiegargli che per restare in zona dovrebbe pagare il biglietto. Si limita a fare il contorno di un piatto a cui manca la bistecca, e resta da capire se è colpa sua che doveva diventar carne, o di chi, in quel piatto, non ci ha messo quello che serviva. Alla fine l’impatto (al di là degli 8 punti di media, spesso però come detto arrivati nei primi 3’ delle partite) è ben poco, e il suo arrivo durante la stagione non ha cambiato le carte in tavola.

Acquaviva 5,5 – Altro giocatore che parte con lo sprint di chi è abituato a braccar palloni e giocatori su ogni centimetro quadrato del parquet, e che però non riesce a chiudere i progetti iniziali. Cifre in calo, così come l’apporto sul campo, fatto prima di regia arrembante e poi solo di semplice portare di là il pallone senza unghie idee. Certo, quando c’è da aggrapparsi ad una boccia vagante lui c’è sempre (3,5 rimbalzi di media), ma non riesce ad avere il necessario cambio di marcia. E resta nel guado di quelli che potrebbero, ma non vanno oltre.

Giuliani 5,5 – I problemi palesati negli ultimi giorni dimostrano che il coach, alla fine, questo passaggio di notorietà e pressioni ha faticato a digerirlo. Il compito era arduo, e non certo – come spesso usato da alibi – per i palati fini della piazza (che però, va detto, accettando la B Dilettanti sapeva cio a cui andava incontro, e che non ha mai criticato le brutte prove solo perché abituata ad altro), quanto piuttosto per un ambiente interno che non era più quello familiare e casalingo della comoda Budrio. La “confessione” finale racconta di come sia mancata la chimica tra giocatori – probabile pensare alla mancata fusione tra professionisti e non – e di come la pressione sia stata fatale. Si può essere d’accordo o no (non è che il Paladozza fosse poi quel catino ribollente che era stato fino all’anno scorso, sia chiaro), ma non si può biasimare chi, legato alla propria vita e abituato al basket come ad un meraviglioso dopolavoro, letteralmente parlando, ha sofferto la nuova dimensione. Peccato solo che la squadra non sia riuscita a progredire, per il resto il voto è ai risultati, che anche lui sa non essere arrivati per quanto attesi.

Società 5,5 – Detto che tutto ciò che ha a che fare con la costruzione della Fortitudo che sarà rimane lontano da queste pagelle, la verità arriva nella conferenza stampa dopo l’ultima gara, quando non c’è esattamente uniformità tra Giuliani (“qua tutti chiedevano rinforzi non aiutando la squadra”) e Romagnoli (“abbiamo cercato, sarebbe servita meno umanità”). Sopravvalutata non tanto la forza dei veterani, quanto piuttosto il fatto che la nuova realtà li avrebbe messi in difficoltà, e limitata la ricerca di nuovi arrivi – Zambrini e Squeo non hanno portato tanto, alla resa dei conti -, si è sperato forse più del possibile nei rapporti umani con persone conosciute da anni. Ma che, forse, non si potevano travestire da crac della categoria solo perché ora diventava necessario esserlo. Il mea culpa finale rende onore a Romagnoli, che di fatto ha preso fin troppe critiche: quelle del rendimento sul campo sono meritate e riconosciute, tutto il resto è gratuito. E l’unica volta in cui lui sbottò, mesi e mesi fa, fu proprio davanti a questo scetticismo collettivo: qui uno cerca di fare qualcosa, e subito viene visto male. Ragione da vendere: lotta contro chi non crede in lui, contro chi continua a dar credito ad altri, e i peccati di ingenuità (forse credere che Sacrati sarebbe stato disarcionato facilmente) si sono visti. Ah, avevamo detto che non si sarebbe parlato di extrabasket, ma è chiaro che non è possibile farlo. E ora, il campionato di Romagnoli, entra davvero nel vivo.

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