L’ex capitano Virtus Roberto Brunamonti è stato sentito da Luca Aquino per il Corriere.

Roberto Brunamonti, per lei l’argomento derby non ha segreti avendone vissuti 60: 27 da giocatore, 4 da allenatore e 29 da dirigente. “Non mi sono fatto mancare niente. Poter giocare questa partita è stato un privilegio”

La classica partita diversa da tutte le altre? “Per me non era una guerra santa, ma è indubbio che emotivamente valeva più dei due punti in palio. Nella settimana che precedeva la partita mi allenavo in modo molto più puntiglioso del solito, mi piaceva battere la Fortitudo così come a loro piaceva battere noi ma non costruivo comunque la stagione su questa partita. L’obiettivo vero era il campionato non la singola gara. E sarà così anche quest’anno”

C’è un episodio da derby che ricorda più degli altri? “Fu uno dei miei primi derby (quello del 27 febbraio 1983, Sinudyne-Latte Sole 97- 85, ndr), stavo facendo stretching e dal settore dei tifosi Fortitudo piovve in campo un coniglio che atterrò a mezzo metro da me. Fece un gran tonfo sul parquet, lo ricordo terrorizzato in mezzo al campo, poi qualcuno lo prese e lo portò fuori. La vittoria in quella partita mi piacque particolarmente”

Gli anni 80 erano quelli di una Fortitudo ruspante che faceva l’ascensore fra A1 e A2. Giacomo Zatti era il suo simbolo. “Con lui ho sempre avuto un rapporto più che buono. Sul campo ovviamente volevamo vincere, ma nello stesso tempo rispettavo gli altri e venivo rispettato. Giacomo mi venne a trovare in ospedale l’anno che mi operai alla schiena: lui e Lamma li ho sempre visti come il simbolo di quel club, non saranno siati i giocatori più forti ma sicuramente quelli con lo spirito più fortitudino”

Da dirigente ha vissuto le guerre stellari del 1998 e il Grande Slam del 2001. “Il PalaDozza per me rimane il più bel palazzo del mondo, ma poter giocare a Casalecchio consentiva la presenza di molti più spettatori. Se l’impianto fosse stato da ismila posti si sarebbe comunque riempito. Averne giocati dieci quell’anno e tutti decisivi ha fatto però scadere un po’ l’unicità dell’evento, più che un piacere stava diventando un peso”

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