Matteo Boniciolli ha rilasciato una lunga intervista a Walter Fuochi, su Repubblica.

Ecco un estratto delle sue parole.

La salute come va? Benissimo, ma ho capito che se non ti fai vedere in giro ti danno per morto e allora giovedì sono andato al Forum, per Milano-Trento. C’è chi mi guardava come un fantasma. Già, ero io, non ancora all’ospizio per vecchi allenatori su una sedia a rotelle. Sono vivo, ma dall’Italia zero offerte. Dall’estero, qualcosina.
Senti questa, raccontata dal mio miglior amico bolognese, Guerrino Bonazzi. L’accosta uno tutto compunto e gli fa: ho saputo del tumore di Matteo... Ma dai. Ho avuto un focolaio di polmonite, mi ha spaventato perchè ad Astana, a 40 sottozero, m’era capitato un guaio da paura, m’han curato, operato alle vie respiratorie e ora sto bene.
Null’altro. Ah, no, c’è che ho fatto un errore gravissimo. Tornare in palestra dieci giorni dopo la sala di rianimazione. Facevo allenamento col microfonino, come in “Non è la Rai”. Saltavano i punti, sputavo sangue. Ero vuoto. Zero energie fisiche, zero nervose. Dovevo aspettare di guarire e fare, da sano, i playoff. Primo errore, dei tanti.


Il saldo, attivo o passivo? Attivissimo. Arrivai quando altri tecnici chiamati dicevano: in B non scendo. Vado via che c’è la fila alla porta. Qualcosa l’abbiamo fatto. Aver rimesso la Fortitudo al centro del villaggio m’inorgoglisce, ho sul desktop la foto di gara 3 con Treviso un anno fa, il PalaDozza stracolmo e colorato, e vorrei ringraziare tutti quelli che hanno contribuito all’impresa. Poi, per strada c’è chi mi ferma con affetto e chi mi tirerebbe sotto in macchina. Ho un carattere che divide, non cambierò a 56 anni.
Venni qui che pareva di atterrare sulla luna. Pavani stava in un ufficetto al palazzo e ora abbiamo la più bella foresteria d’Italia. 4,5 milioni di incassi generati in tre anni. Ma ero convinto di salire, è andata male, e il risultato mancato m’amareggia e mi sfinisce di analisi, giorno e notte. Però, tre volte a fila nelle prime 4 di un’A2 folle è roba seria. In stagione regolare, una vittoria in meno della fantastica Trieste. Nei playoff, 3-0, 3-1, 0-2 a Casale due volte all’ultimo tiro, poi vinto di 30 e perso di 40. L’ultima purtroppo è quella che resta. Di una squadra che, cambiando tre tecnici in un anno, non poteva non venirne condizionata. Tanti rimpiangono i cinni del primo anno in A2. Già, quelli che perdevano a Matera e finivano settimi?


Quest'anno squadra costruita male? La fredda cronaca. Senza sapere che squadra siamo, perchè in precampionato avevo perfino sospeso un’amichevole per carenza di giocatori, esordiamo a Udine in sette. Vinta. Finchè siamo pochi vinciamo, quando cresciamo cala il rendimento. Errore mio: eravamo troppi, dovevo tagliare un italiano quando arrivò Rosselli. Non lo feci, mea culpa. Torno all’avvio. 10 partite, 7 vinte, coi miei stranieri sbagliati che segnano 14 punti ognuno a partita e insieme il 36% del bottino globale. McCamey primo marcatore della squadra. Li avevo o no, quelli cui dare la palla nell’ora del bisogno, come dicono gli illustri colleghi? Bene, arriva Rosselli, e i due non segnano più.

Detta così la iattura quindi è lui? E allora non voglio dirla così, perchè Guido gioca bene, ci aiuta a vincere tante partite ed è pure la persona premurosa che mi chiama ancora per sapere come sto. No, lui non ha colpe. Eravamo solo troppi. Errore mio. Crescevano i giocatori, calava il piacere di giocare.

I due USA? McCamey è un buon giocatore con un limite. Troppo umile. Lo metti fuori e lui non reagisce? E’ l’unico americano che ho visto fare così. Doveva azzuffarsi con quelli che l’isolavano, imporre lo status. Invece ha una famiglia da sfamare e s’è adeguato. E’ un play-guardia di fisico, doveva integrarsi con Fultz, il ragionatore, ma il Fultz di Roseto quante volte s’è visto? Non ne resterà molto più che la famigerata intervista. Un disastro, per i due americani, al di là che pure Robert si lagna di non giocare 35’. Ma come? Gli parlai chiaro prima di prenderlo: sarai il secondo play. Lui: ottimo. Gli credetti, e sto scoprendo che questa è ormai la peggiore delle abitudini... Legion. Comportamento ottimo, zero rilievi sulla professionalità, prestazioni in linea. Finchè arriva Rosselli. E lui finisce lì.

Amici preso perchè eri certo di cambiarlo? No, di aiutarlo a cambiare. Ci ha provato, qualcosa s’è smosso, ma Alessandro è due persone diverse, fuori e dentro il campo. Dentro, un’emotività non gestibile, ma resto convinto sia un giocatore dell’altro mondo. Solo che tu lo levi e lui ti guarda stupito: perchè io? E sbrocca. L’ultima volta che prese tecnico gli feci: al prossimo non ci diciamo niente, vai sotto la doccia, fai la borsa e fili a casa.

L'errore più grande? L’errore degli errori è quello: il taglio non fatto, scelta peraltro condivisa da tutti, in società. So di rischiare che la squadra ingrassi troppo, allora riunisco i giocatori e dico: l’A2 coi giovani non si vince, con voi sì, se solo ognuno accetta di giocare un po’ meno. Tutti rispondono sì. E tutti pensano, fra sè e sè: sta parlando agli altri nove, mica a me. Nessuno di loro è un cattivo ragazzo, vanno pure a cena insieme, non c’è dolo nè imbroglio: razionalmente aderivano, intimamente no. Io non ho capito che eravamo diventati troppi. Loro che era vitale passare dall’io al noi. E dire che avevano una concreta chance di vincere, in un ambiente unico per come adora i giocatori.

Pozzecco? Lo consigliai io, certo che avrebbe portato entusiasmo e una positività da primus inter pares, ciò che serviva ai giocatori. Mi sono autosostituito per il bene della Effe, non so quanti altri l’avrebbero fatto, ma pure Gianmarco ha cozzato contro lo stesso problema: molti io, pochi noi. E la carica emotiva alla fine l’ha tradito: ha allenato solo squadre in cui aveva già giocato, il mestiere che continuerà a fare richiede più distacco. Poi, in semifinale c’è arrivato, è uscito per due tiri all’ultimo secondo.

Ora servono un coach e un GM. Il coach sta arrivando. Bravo, preparato. Leggo, non l’ho suggerito io. La società è cresciuta, nessuno è indispensabile, e non lo sarò io. Pavani è un presidente che pensa al basket 24 ore su 24, ha quel rapporto di totale identificazione con la Fortitudo tipico del tifoso che piglia i comandi e sogna il risultato che farà storia, ma intanto ha pagato gli stipendi con regolarità svizzera. Carraretto cresce bene come dirigente, però io un GM da fuori, uno che non sia preda della solita affettività dell’ambiente, lo prenderei. Non mi crederà nessuno, ma lo chiesi già l’estate scorsa. Il doppio ruolo non lo volevo più.

(Foto di Fabio Pozzati)

2 APRILE, IL GIORNO DELLA FORTITUDO VITTORIOSA A REGGIO EMILIA E DI TEO ALIBEGOVIC
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