E alla fine finiva tutto. La fine dell’estate non era solo il classico, antico, assolo di sassofono dei Righeira a proposito dell’anno che se ne andava – e lui che di diventare grande proprio non ne voleva sapere – ma anche una discreta resa dei conti. Waimer guardava il cielo, guardava il termometro, supponeva che tutto sommato un po’ di incassi li avrebbe ancora potuti fare, con gli irriducibili che volevano stare all’ombra dell’ultimo sole e con chi cercava di tenere il proprio ombrellone aperto fino all’ultimo raggio. Amen: ora era il momento di chiudere, perchè diventava vacanza anche per lui, e tutto il patrimonio economico ed emozionale dell’estate finiva in cassetti, sgabuzzini, e simile.

Aveva salutato il tifoso bianconero. Che come nelle estati più recenti non sapeva se far buon viso a gioco, diciamo, non particolarmente danaroso. Si era nel lungo periodo della normalizzazione, e questo doveva essere comunque qualcosa di positivo visto come le maree, alla fine, non sai mai cosa possano portare. E si apprestava ad una stagione dove avrebbe dovuto agire come la classica squadra di centro classifica: vinci due gare di fila, e ti esalti pensando che la strada sia quella giusta eccetera. Ne perdi due, di gare di fila, e inizi a brontolare pensando a come manchino i denari, che la Virtus non può stare nella parte sinistra della classifica, e cose così. Insomma, l’accettare la propria condizione di dignità senza avere la certezza di poter avere, come diceva la soap opera, il canonico posto al sole.

Il tifoso biancoblu, dal canto suo, pensava di essersela sfangata, dopo estati alquanto tumultuose, con la semplice querelle Lestini ormai rimossa nella memoria e chiusa, in un modo o nell’altro, senza particolari colpi di scena. Poi era arrivato un guaio dal passato, e non sapeva se sentirsi vittima di un complotto plutocratico internazionale, di regolamenti cavillosi e ingiusti, o se invece c’era anche un po’ troppa incuria e superficialità da parte di chi avrebbe dovuto vigilare. Ma diamine, pensava, solo a noi capitano ‘ste robe? E che scemenza era, quella della Happiness/i>? Avessero cambiato il nome, erano tanto fortunati che sarebbe arrivato Al Bano a chiedere la Siae sull’utilizzo del termine “Felicità”. Insomma: correva, correva, ma quel fantasma ogni tanto saltava fuori, di nuovo, a mettere tutto in discussione. E, alla fine, dal campionato non sapeva che aspettarsi.

Waimer chiudeva baracca, quindi, raccogliendo una piadina rimasta smozzicata e pensando che poi era anche bello, che ogni estate si potesse ancora parlare di basket e arrivare, in autunno, ad essere felici che la palla tornasse a rimbalzare. Finchè il popolo si accontentava di questo, buon campionato a tutti. Lui, chissà, sarebbe riapparso al ritorno dei caldi estivi, tra molti mesi.

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