E alla fine andò in vacanza pure lui, dopo aver passato l’ennesima estate tra mamme fastidiose, imperterriti giocatori di racchettoni che occupavano tanto e consumavano poco, e dinosauri che pretendevano lettini speciali che lui avrebbe voluto romper loro in testa, altro che. Arrivava a fine estate con un che di stanchezza, ma anche la gioia di poter finalmente evitare di vedersi sempre tra le scatole i due tifosi bolognesi. Accidenti, pensava lui, ma non potevano andare davvero altrove? Tipo a Savio, dove qualche eroe voleva cambiare nome e ribattezzarla “Bologna Marittima”. Andate, andate, diceva Waimer, dimenticando che però, alla fine, i soldi che arrivavano dal capoluogo valevano come quelli che gli arrivavano da Tantlon.

Aveva salutato il tifoso virtussino. Che continuava a vivere in una elettrizzazione perpetua, forse figlia delle decine di tazzine di caffè che beveva ogni giorno, rigorosamente della stessa marca. Arrivava in spiaggia, invece del saluto al sole si esibiva in uno strano mantra dove riusciva a capire solo ringrazioldottorzanettiringrazioldottorzanetti, forse una specie di nuova divinità cittadina. Waimer non capiva perchè più che guardare alle proprie cose, questo tifoso preferisse sistematicamente bypassare le notizie sulla sua squadra per commentare, invece, quelle dell’altro tifoso. “Vi serve un regista! Chiedete a Carlo Verdone che è UN SACCO BELLO!”, urlava, facendo poi accenni a giocatori dimagriti, altri antichi ma decisivi non si sa bene come, e sponsor inesistenti. Quando invece tornava dalle sue parti, invece di crema abbronzante si metteva addosso del gel, per uno strano bisogno di sentirsi simile al suo allenatore. Il risultato finale non era dei più gradevoli, ma il tifoso non pareva curarsene.

Aveva salutato il tifoso fortitudino. Che dopo anni di estati tutto sommato serene si era ritrovato in un vortice di pernacchie e altre cose per cui non è che fosse felicissimo: un tatuaggio da modificare, la squadra che perdeva sempre, certe incomprensioni su quote abbonamenti, e soprattutto l’impressione di una certa precarietà di fondo che prima non c’era. Chiaro, vedere quell’altro che praticava abluzioni con il caffè non aiutava il suo umore, ma forse ne aveva anche di proprio. Leggeva di squadra già criticata, spesso con giudizi nemmeno tanto onesti, di giocatori in dubbio dopo essere stati visti solo una volta. Roba, insomma, che di solito era di quegli altri, che non erano mai contenti. Quando lui voleva solo tifare per la sua squadra, e avere motivi per essere fiero dei suoi giocatori. Qualcosa che ora non pareva poi così scontato.

Alla fine Waimer era un tenerone, e tutto sommato gli sarebbero mancati tutti questi dialoghi, queste illusioni estive che poi a volte venivano concretizzate e altre volte no… No, tenerone un tubo, disse mentre svitava l’ultimo ombrellone caricandolo nella sua Ape Car, che pareva la tasca di Eta Beta. Se ne andava in ferie, in una SPA di Malva Nord (da bravo romagnolo, non vedeva mondo al di là dei propri confini, siglati dall’epico Pierino Brunelli un qualche anno prima), e rimandò tutti all’estate successiva. Ammesso e non concesso che lui sarebbe rimasto, e i tifosi con lui.

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