Ah, la fine dell’estate. Waimer la aspettava almeno dal Ferragosto, quando cioè iniziava a sentirsi stufo di lamentazioni di pargoli e otarie, e tutto sommato vedeva il suo conto in banca discretamente soddisfatto. Se ne fregava di tutte quelle robe che gli avevano organizzato per allungare la stagione: a lui di mercati europei e di uomini di ferro gliene fregava il giusto, voleva solo chiudere tutto, andare un po’ in ferie a Bagno di Romagna e poi tornare alle cose che di inverno gli piacevano di più, ovvero andare in curva a prendere tutti a cinghiate. Come se nei tifosi avversari del Cesena rivedesse le mamme dei vari Iupiter e Chanel, e volesse farli sanguinare non potendo farlo – relativamente – con i clienti.

Aveva salutato, o meglio aveva saldato il conto, con il tifoso bianconero. Che aveva fatto un po’ di fatica a pagare l’annuale dell’ombrellone perchè l’abbonamento alla sua squadra non era del tutto a caro prezzo, ma aveva capito che per reggere certi ritmi, e tutto quel numero di partite, qualcosa lo doveva concedere. Non vedeva l’ora di rendere pan per tatuaggio all’ex amato, e a tornare in Europa con obiettivi leggermente diversi dal tour enogastronomico dell’altra volta. Non aveva ancora chiara l’idea della propria squadra, ma tra infortuni, nuovi arrivi e nazionali in giro gli interessava poco trarre adesso delle conclusioni: il tutto andava traslato in autunno, anzi, forse anche più avanti.

Aveva salutato, o meglio aveva saldato il conto, con il tifoso biancoblu. Che aveva iniziato l’estate parlando in toscano e chiedendo dei cantucci, ma era poi subito fortunatamente tornato in sè e aveva festeggiato un barlume di normalità nelle cose della sua squadra dopo, diciamo, il 20 luglio. Aveva accettato qualche piccola sbavatura, le colazie e via discorrendo, ma alla fine notava un allenatore credibile e una squadra che, chissà, magari gli avrebbe dato soddisfazioni. Intanto, che si sbattesse e non si scansasse, e che gli facesse tornare la voglia di tifare. Gente che si butta su un pallone, è chiedere tanto? E che si parlasse di Fortitudo solo per questioni sportive e non extracampo, idem: sarebbe stato possibile?

Waimer chiuse le sue cabine, finì di fingere di lavare gli ombrelloni e salutò il suo prato, che gli interessava più della spiaggia e che avrebbe comunque controllato con sensori pronti a lanciare fiammate a chiunque avesse calpestato gli amati cespugli anche con lui distante. Poi tornò a casa sua, felice di aver portato a termine un’altra stagione e dando appuntamento, forse chissà, alla prossima. Alla sua età, l’arrivederci non era così scontato.

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