Pietro Aradori è stato sentito da Alberto Banzola per Elivebresciatv.

“Ho appena finito di fare un’oretta di lavoro a casa, facendo un po’ di scale, quello che ho. Sono a Bologna da solo, ho scelto di stare qua pur potendo tornare o a Milano o a Brescia. Seguo le direttive del Governo, e sto qui”

Forse il problema è anche stato quello del non sapere bene, all’inizio, quale fosse la situazione. “L’impegno con la squadra è una cosa secondaria, inizialmente la sosta sarebbe dovuta essere fino al 24 marzo, ora è stata spostata fino al 3 aprile.”

Con la palla di cristallo, da qui in poi cosa vedi? “Difficile dirlo. Vorremmo tutti finire il campionato, la prima cosa è la salute e non c’è dubbio: dei cittadini, dei tifosi, degli addetti ai lavori, dei giocatori. Ma non è semplice: molte squadre hanno americani tornati negli USA o per scelta loro o invogliati da quanto detto da Trump, ovvero che dovevano rientrare. E loro sono una parte importante del nostro campionato: non spetta a me trovare soluzioni, per ora sono solo un giocatore. Oltretutto non è che se il 3 aprile si potrà ripartire, poi ci sarebbe la possibilità di fare la prima palla a due il 4… Servirebbe comunque un periodo di assestamento per evitare infortuni.”

E’ come se fosse una seconda sosta estiva, quando non si fa attività fisica. “E’ anche peggio, perché in estate puoi staccare quando vuoi, ma puoi anche allenarti quando ti pare, in campo, con la palla, e adesso non si può fare”

Tu hai messo in atto una importante iniziativa benefica per l’ospedale di Brescia. “Vorrei chiuderla questo weekend. E’ legata all’ospedale civile di Brescia, dove sono nato, e che ora per l’enorme afflusso di casi è in difficoltà. Ho coinvolto anche altre società della provincia per dare una mano”

Di solito in questo periodo organizzi anche l’Araday, con i tuoi fans. “In Italia in molti posti si inizia con il calcio e poi con il basket, a Lograto invece è diverso. Da anni organizzo questa giornata per stare assieme, purtroppo si è bloccato tutto. Magari lo faremo a giugno, è tutto in divenire”

Sarebbe bello fare un regalo anche a tuo padre, chiamato per il suo carattere “il Belvo”, dato che è stata da poco la festa del Papà. Magari aggiustare un po’ il palasport di Lograto. “Vero che ci sono mille altri pensieri, ma speriamo prima o poi di poterci pensare”

Aradori fuori dal campo. Sei riuscito a mettere d’accordo due tifoserie diverse come Virtus e Fortitudo. “Sono sempre me stesso. Ho creato l’hashtag #fssub, ovvero‘fotte sega sono un bomber’, e me lo sono tatuato assieme ad altri amici, per prendere la vita in ridere”

Ti piacciono i tatuaggi. “Sì, anche se mio padre è di vedute antiche e non li ha mai apprezzati, ma quando si cresce uno fa quello che gli piace.”

Esposito ha sempre fatto il tuo nome, e tu hai sempre parlato bene di lui. “Il rapporto con lui nasce dalla mia prima esperienza da professionista, in A2, a Imola, a 18 anni. Lui si era fermato da noi per allenarsi, dato che viveva lì, e ci faceva comunque il culo. Poi ci siamo persi per strada, ha fatto le sue esperienze, ma io sono andato ad allenarmi individualmente da lui alle Canarie. Da giocatore è stato un fenomeno e ha tanto da insegnare. E mi ha allenato non in una squadra, ma singolarmente. E’ stato un grande, pensiamo a quanta gente all’epoca andava in giro con la shirt dei Raptors…”

Ci sono scelte, nella tua carriera, che rifaresti e altre che non rifaresti? “Le rifarei tutte. La più azzeccata è stata andare a Madrid, in dicembre, mentre c’era il disastro al Galatasaray e non pagavano nessuno. E non è come in estate quando hai tempo, lì hai poco tempo e non puoi sbagliare di nuovo la squadra. Invece, forse, non rifarei il rientrare in corsa in una squadra ben posizionata come fu Venezia, giocai i playoff da aggiunta, e non è facile entrare in un gruppo già collaudato a metà maggio, perché sei un qualcosa in più in una realtà di 12 persone”

Però in quel periodo hai girato in tre tra le città più belle del mondo. “Istanbul è particolare, 98% Asia ma 2% che pare New York. Madrid è simile a noi, con pranzi e cene ad orari estivi. Venezia è più turistica che da viverci”

Hai fatto una Final Four di Eurolega, ma sei rimasto fuori dai 12 ai tempi di Siena. “E’ stato un mix di sensazioni, avrei voluto giocare quella semifinale, poi ho fatto la finalina ma era tutta un’altra cosa. Altri tempi, ora l’Eurolega pare un circuito chiuso che vuole imitare l’NBA, perché prima c’era maggiore meritocrazia e potevi conquistare un posto in quel campionato”

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